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Dostoevskij e le cosce della ragioniera

di ghinetto (18/01/2008 - 10:28)

Dostoevskij e le cosce della ragioniera
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 27.IV.2007


Un amico giornalista mi invita a una trasmissione in una tv locale di Faenza. Ci rincorriamo per alcuni mesi, poi, finalmente, troviamo il momento conveniente per entrambi. La trasmissione si chiama “A cup of tea with…” e questa volta l’ospite invitato a bere la tazza di tè sono io. Il tè, naturalmente, è un pretesto per fare quattro chiacchiere (anche perché la tazza è la stessa che l’ospite precedente ha lasciato sul tavolo e il tè è gelido…). Argomento – la letteratura russa, materia che insegno all’Università di Urbino.
Come nelle migliori tradizioni della televisione italiana, l’amico giornalista è accompagnato da una valletta: è una studentessa di ragioneria, si chiama Barbara, ma soprattutto ha una minigonna di quelle che non cominciano mai e finiscono subito e due gambe che sparano “ad altezza uomo”. Mi concentro sulla letteratura russa e cominciamo la registrazione. Tutto va come previsto: l’amico giornalista domanda, io rispondo, la valletta, seduta non casualmente su un alto trespolo, interviene ogni tanto leggendo frasi dai classici russi con robusto accento faentino. Finisce la trasmissione e, mentre noi ci attardiamo a fare le ultime chiacchiere, Barbara “Gambe” si cambia la minigonna, che si rivela così nient’altro che un abito di scena.
A quanto mi dicono, la trasmissione va in onda qualche tempo dopo, con tanto di replica. Non riesco a vederla, ma diversi conoscenti mi fermano per il classico “ti ho visto, l’altra sera, in tv”. Mi spiegano che, mentre io e l’intervistatore volteggiavamo da veri intellettuali tra le rarefatte altezze della letteratura, il regista della trasmissione faceva lunghe riprese delle gambe dell’aspirante ragioniera, cominciando dalle caviglie e salendo via via fino alle cosce.
 Meraviglioso! Straordinario! Già, perché la letteratura russa dell’Ottocento e soprattutto Dostoevskij su cui noi ci siamo soffermati a lungo, trattano proprio di questa straordinaria mescolanza di “alto” e “basso”, di nobili ideali e di passione carnale in quella contraddittoria creatura che è l’uomo. Spiega Erich Auerbach, forse il maggiore critico letterario del secolo XX, che la letteratura dell’Ottocento, soprattutto quella russa, rinnova la straordinaria invenzione che il realismo cristiano ha attuato con la scrittura dei Vangeli: non era infatti previsto dalle regole della retorica antica che una narrazione presentasse un Dio fatto uomo intento agli umili lavori dell’artigiano, che una prostituta rivolgesse la parola a Dio stesso, che dei rozzi pescatori ignoranti ragionassero in concilio della salvezza degli uomini.
Tutto ciò lo ritroviamo in Dostoevskij: i fratelli Karamazov che discutono di “questioni maledette” nella taverna fumosa e puzzolente, la prostituta Sonja Marmeladova che legge
all’assassino Raskol’nikov la pagina evangelica della resurrezione di Lazzaro (“Delitto e castigo”), Dio stesso che compare in visione ad Aljosha Karamazov e lo invita al banchetto della vita eterna.
Non più “separazione degli stili” come nella letteratura classica, dove un dio poteva comparire solo nella tragedia e una prostituta o un pescatore solo nella commedia; non più differenziazione degli argomenti e del linguaggio a seconda dei generi letterari. I Vangeli rompono questa regola retorica e introducono quella che Auerbach chiama la “mescolanza degli stili”: è il riflesso della nostra vita, dove le altezze ideali si mescolano con le passioni più carnali, dove il sacro va a braccetto col profano, e le raffinatezze della critica letteraria coesistono con le cosce della ragioneria.

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