Bologna, 11 marzo 1977
Bologna, 1977.
1. Dietro l’allegria il volto oscuro della violenza
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 9.3.2007
Ci sono anni diversi dagli altri, anni che segnano non la nostra individuale biografia, ma la storia di un intero paese. Il 1977 è uno di questi, come il 1968 e, prima ancora, il 1946 e il 1948. Non è un caso che nel trentennale escano a raffica libri su quell’anno particolare e che il sito web di Repubblica, ad esempio, abbia una sezione intitolata “1977, un anno della nostra storia”. Se si passano a considerare i sottotitoli, anche i più giovani potranno farsi un’idea di cosa sia stato quell’anno: “La stagione in cui tutto bruciò”, spiega Repubblica; “Rose e pistole. 1977: cronache di un anno vissuto con rabbia” – così Stefano Cappellini ha intitolato il suo libro pubblicato da Sperling & Kupfer (€ 14.00); “1977. L’ultima foto di famiglia” – è la scelta di Lucia Annunziata (Einaudi, € 14.50).
Per me, come per molti romagnoli che in quegli anni frequentavano l’università, il 1977 è legato all’11 marzo, a Francesco Lorusso, all’Aula di Anatomia di Bologna. Certo, a Roma c’erano già state le sparatorie alla Facoltà di Magistero (2 febbraio), con un agente colpito alla testa e due “autonomi” vicini al Collettivo di via dei Volsci feriti e arrestati (manifestavano con la pistola in mano: sarà stato un caso?). C’era stata anche la contestazione di Luciano Lama alla Sapienza, la frattura a sinistra causata dalle randellate tra il servizio d’ordine del PCI e gli Autonomi. Ma fu l’11 marzo nella città “rossa”, fu lo sfregio alla Bologna del sindaco Zangheri a dare il via all’anno vissuto con rabbia, a scattare impietoso l’ultima foto di famiglia.
Non intendo azzardare una sintesi di quell’anno, soltanto chiarire alcuni, pochi dettagli, anche perché, a differenza di Lucia Annunziata, io, a Bologna, l’11 marzo del 1977, c’ero, ed ero nell’Aula di Anatomia. “Che bolgia era Bologna nella primavera del 1977”
– scrive Cappellini che, pur essendo nato nel 1974, si è documentato a dovere, togliendo pertanto ogni alibi all’Annunziata disinformata ed einaudiana (i due aggettivi vanno volentieri insieme). “Il capoluogo emiliano, la roccaforte del PCI, il fiore all’occhiello della buona amministrazione rossa, ha assistito da lontano allo scoppio del 1968 e alle fiammate di piazza degli anni successivi. Nove anni dopo, è tutta un’altra storia. Bologna è il cuore della rivolta”. Una rivolta che ha un volto creativo, ironico, colorato come i muri delle Facoltà ridipinti dagli Indiani metropolitani (una creatività, comunque, sempre a spese di chi paga le tasse…); e un lato violento, intollerante, scuro come il legno bruciato della libreria bolognese di CL, “Terra promessa”, a pochi metri da via Zamboni. Cappellini riporta la testimonianza del’avvocato Marco Masi, che apparteneva a CL oggi come allora: “Oggi è impensabile che io ti picchi o ti dia dei calci perché tu dai un volantino diverso dal mio. Invece allora era normale per noi essere aggrediti”. Certo, oggi è impensabile, i nostri figli fanno davvero fatica a immaginarlo.
Ma i lettori di Repubblica, quei coraggiosi anticonformisti che partecipano al Festival fotografico intitolato “Il nostro 1977”, loro se lo dovrebbero ricordare quel clima di violenza non solo verbale. Dovrebbero ricordare che non ci voleva un grande coraggio a farsi fare la foto di classe al liceo con il pugno levato, ad aggregarsi ai “compagni” che nelle assemblee berciavano e impedivano di parlare a chi veniva tacciato di essere “fascista”. Loro, i comunisti al caviale di Repubblica (e anche i loro cugini al salmone del Corriere) che mescolano affabilmente Marx e Capitale, sanno bene che dietro la loro descrizione del 1977, dietro la Festa di Radio Alice, dietro alle fotografie delle allegre occupazioni di Facoltà, dietro all’immagine con la didascalia “Eravamo proprio belli: Bologna, settembre 1977” ci sta un lato oscuro di violenza. Una violenza che, sempre Masi, descrive così: “Quella che oggi non appare altro che un’ingiustizia, era considerata tollerabile. Quando i nostri amici venivano espulsi dalle lezioni dagli autonomi nessuno dei professori aveva il coraggio di opporsi. Solo il professor Roversi Monaco ebbe questo coraggio”.
Gianni Varani, oggi Consigliere della Regione Emilia-Romagna, ricorda bene quella stagione: “In piazza Verdi c’era la battaglia dei manifesti. Noi – intende “noi di Comunione e Liberazione" – attaccavamo tutte le mattine, ma poi i nostri manifesti venivan staccati o coperti. Ricordo infinite battaglie notturne: coprire, strappare, coprire, per anni siamo andati avanti così. A via Zamboni c’era la nostra libreria, si chiamava “La terra promessa”, e poco più avanti c’era la facoltà di Giurisprudenza, che oggi non è più lì e che fu uno dei punti più caldi dell’estate del ’77.
La libreria fu bruciata tre volte con le molotov. Quando facemmo mettere i vetri blindati, le protezioni furono divelte a piccolate”.
Nello scaffale dietro la scrivania ho un bel simbolo di quella stagione: è un libro intitolato “La fabbrica della strategia. 33 lezioni su Lenin”. L’autore è Antonio (Toni) Negri, ed è stato pubblicato nel gennaio 1977 dalla Cooperativa Universitaria degli Studenti dell’Università di Padova (nel frontespizio è tutto rigorosamente minuscolo, in verità) e dal Collettivo Editoriale Librirossi. Il libro era nel programma del corso di Storia dei Paesi Slavi. È mezzo bruciato. L’ho comprato a prezzo di svendita alla libreria “Terra promessa”, dopo uno dei tre incendi provocati dagli Autonomi.
2. L’assemblea di Comunione e Liberazione
La Voce di Romagna, 12.3.2007
Bologna, marzo 1977: il clima è surriscaldato dalla violenza, una violenza targata in massima parte Autonomia operaia, Collettivi vari, Potere Operaio, Lotta continua (il movimento si è sciolto alla fine del ‘76, dopo il Congresso di Rimini; il giornale continuerà a uscire fino al 1982). La ricostruzione di questi avvenimenti è importante, dato che ancor oggi, a trent’anni di distanza, la verità è spesso travisata e manipolata allo scopo di assegnare le responsabilità di quei giorni in modo fazioso e ideologico (come scrive ancora Cappellini “dall’11 marzo 1977 sui giovani di Cl grava la pesante accusa di aver provocato la morte di Francesco Lorusso”; una provocazione indiretta, sia ben inteso, dovuta all’aver organizzato un’assemblea in quel clima rovente). Lucia Annunziata (“1977. L’ultima foto di famiglia”) scrive: “All’Università di Bologna, l’11 marzo, una cinquantina di autonomi fanno irruzione in un’assemblea di qualche centinaio di studenti (400 secondo la polizia) di Comunione e Liberazione, cui partecipavano anche due uomini che negli anni successivi diverranno molto famosi, Roberto Formigoni e Rocco Buttiglione. Il rettore chiama la polizia, c’è lo sgombero, l’inseguimento nelle viuzze del centro storico, colpi di pistola. Un colpo raggiunge alla gola, di fianco - non c’è dunque scontro frontale – Francesco Lorusso, in Via Mascarella. Radio Alice nel giro di qualche minuto dà la notizia”.
Formigoni e Buttiglione nell’Aula di Anatomia di via Irnerio? Ma non scherziamo! Attenzione: quello di Lucia Annunziata potrebbe sembrare un errore di poco conto: e tuttavia, va notato che sono proprio piccoli errori di questo genere a giustificare l’interpretazione complessiva “assemblea di CL = provocazione”. Ipotizzare la presenza a Bologna di Formigoni, che all’epoca era Presidente del Movimento Popolare e che solo qualche anno dopo avrebbe ricevuto 450.000 preferenze al Parlamento Europeo, significa deformare vistosamente gli avvenimenti. In realtà, come detto, si tratta di un’assemblea che non è stata neanche pubblicizzata, un’assemblea di riflessione “interna” rivolta ad amici e simpatizzanti di Comunione e Liberazione.
La deformazione della realtà, tuttavia, non è appannaggio solo dei giornalisti del “Manifesto” (giornale per cui scriveva allora l’Annunziata). Un documento del 12 marzo distribuito dal Collettivo di controinformazione dell’area dell’Autonomia ricostruisce a suo modo i fatti:
“Alle 10, assemblea di Comunione e Liberazione: circa 400 persone. Cinque compagni di Medicina, presentatisi all'entrata, vengono malmenati e scaraventati fuori dall'aula. La notizia si sparge nell'università e accorrono una trentina di compagni che vengono dapprima fronteggiati da un centinaio di squadristi ciellini. L'aggressione da parte dei cosiddetti "autonomi" consiste nel lancio di slogans e scambi verbali (ad esempio: "Barabba libero", "Seveso, Seveso"). Scatta la provocazione preordinata: i ciellini si barricano all'interno dell'aula; uno di loro, d'accordo con il prof. Cattaneo, che intanto aveva interpellato il rettore Rizzoli, chiede l'intervento della polizia e dell'ambulanza, prima ancora che succedesse qualcosa. Nel frattempo, fuori dall'Istituto di Anatomia, si raggruppa un centinaio di compagni; quelli rimasti dentro, dopo aver cercato di sfondare la porta dell'aula, chiedono l'individuazione dei responsabili dell'aggressione, invitando gli estranei al fatto ad uscire. Vista l'inutilità di questi tentativi, i compagni si ricongiungono agli altri che fuori dall'istituto di Anatomia lanciavano slogans contro CL. Dopo appena mezz'ora, arrivano polizia e carabinieri con cellulari, gipponi e camion, in numero certamente spropositato.
I compagni escono allora dal giardino antistante l'istituto e si raccolgono sul marciapiede nei pressi del cancello; un primo gruppo di carabinieri entra e si schiera nel giardino, un secondo gruppo esegue la stessa manovra: sta per entrare, si scaraventa contro i compagni, manganellandoli senza alcuna motivazione”. Pur con tutta la faziosità, l’astio e il vero e proprio odio nei confronti di CL, questa ricostruzione rivela alcune cose interessanti e, soprattutto, vere, come conferma Cappellini: “Alle 10.30 dal fondo dell’aula arrivano voci e trambusto. Tutti si girano: in sala sono entrati un pugno di militanti del movimento [il movimento di sinistra, ovviamente. GG], qualcuno di Lotta continua, qualcuno dell’Autonomia, qualche cane sciolto di quelli che a Bologna non mancano certo. Sono cinque o sei, non di più. Cosa vogliono fare? Di certo, disturbare l’assemblea. Che cosa ottengono? Di essere spintonati fuori. Volano manate, qualche pugno preso e dato. Difficile dire chi ha picchiato per primo. Fatto sta che i giovani di sinistra vengono cacciati. La porta dell’aula richiusa. Ma la voce dello scontro rimbalza veloce. Ai cinque si aggiungono decine di studenti di sinistra. Parte l’assedio ai ciellini che si barricano all’interno, chiudendo tutte le tapparelle e puntellando la porta con banchi e sedie. Da fuori arrivano slogan irridenti (‘Barabba, Barabba’) ma soprattutto colpi per sfondare la porta”.
Ecco, fermiamoci. Dunque, arrivano alcuni “compagni” irrompono nell’assemblea di CL. Il quadro è quello consueto, la reazione è diversa. Invece di lasciarsi interrompere l’assemblea secondo una prassi di violenza e prepotenza consolidata, per la prima volta – almeno a Bologna – i ciellini rispondono spintonando fuori i “compagni”. Ma non finisce lì. Nessuna delle ricostruzioni chiarisce che, prima di riuscire a chiudere la porta ci fu un fronteggiamento tra i due “picchetti”. Da una parte, una decina di ragazzotti di Cl (il numero massimo che può contenere l’angusta entrata di Anatomia, altro che “un centinaio di squadristi ciellini”!), robusti e in forma, ma incapaci di violenza che impedivano ai “compagni” di entrare e di interrompere per l’ennesima volta la “loro” assemblea (per giunta “interna”, come si è detto). Dall’altra, una decina di “compagni” dell’Autonomia, di Lotta continua e cani sciolti determinati e organizzati per picchiare. Perché dico così? Chiedetelo a F.S., allora studente di medicina cesenate, uno dei ragazzi di Cl in prima linea a fronteggiare gli esagitati di sinistra, ferito alla base del cranio da un pugno di ferro nascosto da un “compagno” sotto i guanti neri (commise lo sbaglio di abbassare la testa), e poi costretto a cambiare università per evitare la caccia all’uomo dei mesi successivi!
Tute le ricostruzioni – a parte quella decisamente sommaria dell’Annunziata – concordano tuttavia nel descrivere il tentativo dei “compagni” di “sfondare la porta dell’aula”. Già, è la cosa più naturale: uno organizza un’assemblea, tu la vuoi interrompere, ti spintonano fuori (senza ferirti, ovviamente), e, magicamente, tu ti ritrovi in mano un piccone per sfondare l’aula. Sono i “compagni” stessi a dichiararlo (insieme a una certa quantità di falsità)!
Dunque, immaginiamo la scena: l’aula chiusa si va surriscaldando, i “compagni” fuori gridano, insultano e, soprattutto, cercano di sfondare l’aula con picconi e mazze di ferro improvvisamente comparsi nelle loro mani. Quattrocento ragazzi e ragazze di Cl e simpatizzanti chiusi dentro con la prospettiva di fare la fine del topo. Cosa fanno? Decidono di difendersi. Come? Con l’unico materiale a disposizione dentro l’aula: il legno delle sedie (non a caso l’aula fu ritrovata assai danneggiata internamente).
Infine, dopo tanto, troppo tempo, qualcuno uscito dall’aula riesce ad avvertire i responsabili dell’Università della situazione pericolosissima che si è venuta a creare e a convincerli della necessità di far intervenire la forza pubblica. Il Rettore, dopo tanto, troppo tempo dà il permesso per intervenire. I ciellini vengono “liberati” dalla polizia. Ecco, questa sarebbe la “provocazione preordinata”.
I poliziotti, me li ricordo. Ragazzi giovani come me e come gli Autonomi. Lividi di tensione, ma determinati a fare il loro dovere. Mi ricordo soprattutto la loro, come dire?, “imponenza”: con il casco antisommossa e lo scudo mi sembrarono alti, imponenti. Dei liberatori.
3. E poi si scatenò l'inferno. Guerriglia in via Zamboni
La Voce di Romagna, 16.3.2007
Poi fu l’inferno. I partecipanti all’assemblea di Comunione e liberazione di quel fatidico 11 marzo ’77 uscirono scortati dai poliziotti in tenuta antisommossa, mentre un cordone di forze dell’ordine sospingeva gli autonomi verso Porta Zamboni. Ricordo i cubetti di porfido contro il cordone di poliziotti, l’aria resa acre dai lacrimogeni lanciati dai poliziotti. Ecco ancora la testimonianza di Varani raccolta da Stefano Cappellini (“Rose e pistole”): “Grazie al cordone della polizia potemmo disperderci su via Irnerio mentre volavano sampietrini. Mentre andavamo scortati verso la stazione ricordo che alcuni nostri capi tornarono indietro gridando: ‘Via, via, c’è pericolo’”.
Verso la stazione: era infatti un venerdì e tanti studenti avevano già programmato la partenza in treno dopo la conclusione dell’assemblea. Arrivammo in stazione letteralmente annichiliti, incapaci di comprendere pienamente cosa ci era successo, privi delle categorie per dare un nome agli avvenimenti vissuti.
E mentre noi andavamo verso la stazione, continuavano i lanci di sampietrini e di lacrimogeni. E di molotov. Così spiega un documento del Collettivo di controinformazione del movimento del 12/3/1977: “I/le compagni/e scappano verso Porta Zamboni; parte la prima carica di candelotti… ritornando verso Via Irnerio i compagni/e vengono bloccati da una autocolonna di PS e carabinieri, ed è a questo punto che un carabiniere spara ripetutamente. Per difendersi viene lanciata una molotov contro la jeep”. E già, più che naturale, per difendersi dai colpi di un carabiniere niente di più comune che lanciare contro la sua jeep una bomba molotov! Naturalmente, niente di preordinato!
Non è dato di sapere con certezza se il carabiniere Tramontani abbia sparato una prima volta per difendersi dal lancio di molotov che proveniva da un gruppo di autonomi all’incrocio con via Bertoloni (a cento metri dall’Aula di Anatomia), o se il gruppo di autonomi abbia usato le molotov a scopo “difensivo”. Il carabiniere, comunque sia, spara. Anche un testimone dell’ufficio politico della Polizia lo descrive mentre scarica 12 colpi di Winchester ad altezza uomo contro un gruppo di autonomi le cui molotov hanno incendiato una Fiat 127 della Questura.
La guerriglia procede lungo via Irnerio: altri lacrimogeni e altre molotov contro camionette dei carabinieri e macchine di privati. Il carabiniere Massimo Tramontani affermerà poi di essersi trovato nuovamente in una situazione di estremo pericolo, in piena azione di guerriglia e di aver esploso sei colpi in aria con la sua Beretta di ordinanza. All’incrocio tra via Mascarella e via Irnerio, le pallottole, rimbalzando nel portico, avrebbero colpito Francesco Lorusso, provocandone la morte. Sette mesi dopo, la magistratura proscioglierà Tramontani, affermando addirittura l’impossibilità di dimostrare che all’origine della morte di Lorusso ci sarebbero state pallottole provenienti dalla Beretta del carabiniere (le pallottole trapassarono il corpo di Lorusso).
Scrive Michele Brambilla (“Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto). “Cominciò così il «sacco» del centro di Bologna. Gli autonomi, che oltre alle molotov avevano già le famigerate pistole «P38», ingaggiarono sparatorie ovunque; distrussero decine di negozi, innalzarono barricate, appiccarono incendi. Fu occupata la stazione ferroviaria; furono assaltati due commissariati di polizia, la redazione del «Resto del Carlino» e la sede provinciale della Dc; fu devastata la libreria di CL «Terra Promessa». I guerriglieri si sfamarono, ed evidentemente non male, al «Cantunzein», uno dei più noti ristoranti della città, le cui riserve furono ripulite con un «esproprio» proletario. Anche qui gli incidenti furono coordinati via etere: e la magistratura ordinò l'arresto di Francesco Berardi detto «Bifo», il ventottenne insegnante di lettere animatore di Radio Alice. Era stato lui, attraverso i microfoni, a guidare assalti e distruzioni, sosteneva la procura della Repubblica. Radio Alice venne chiusa, ma Bifo riuscì a sfuggire all'arresto e a rifugiarsi a Parigi. Il saccheggio di Bologna durò tre giorni, e per ristabilire l'ordine dovettero intervenire - cosa mai successa neppure nel '68 - i mezzi blindati, con tremila uomini a presidiare il centro. Alla fine di quei tre giorni di guerra si contarono 131 arresti. Fu uno smacco storico per il Pci, che vantava la «sua» Bologna come fiore all'occhiello, come dimostrazione di città comunista, efficiente, ordinata e felice”. 
Seguirono giorni e mesi di caccia all’uomo, di violenza rabbiosa nelle aule dell’università di Bologna. E chi non ebbe a patire direttamente quella violenza, provò ugualmente quello che oggi chiameremmo stress post-traumatico: avevamo visto in faccia una grande violenza, avevamo sentito i colpi di piccone contro i portoni dell’Aula di Anatomia, avevamo improvvisato dei bastoni preparandoci a difenderci contro gli autonomi armati di spranghe, avevamo sentito il lancio dei sampietrini, ed era morto uno studente di Medicina di nome Francesco Lorusso. Per me, per molti, furono giorni e mesi di lutto. Non solo si chiudeva un’era nella sinistra italiana con “L’ultima foto di famiglia” (è il titolo del libro di Lucia Annunziata dedicato al “suo” settantasette).
Di più: si chiudeva la strada al possibile incontro tra giovani animati da un’identica sete di autenticità, di verità, di felicità. Da quel punto in poi, il discrimine sarebbe stata la violenza. Da una parte, chi era disposto a lanciare molotov per raggiungere una parvenza di vita autentica e rabbiosamente felice, dall’altra chi avrebbe cercato l’autenticità della vita senza rinunciare alla verità.



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