Dostoevskij e le cosce della ragioniera
Dostoevskij e le cosce della ragioniera
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 27.IV.2007
Un amico giornalista mi invita a una trasmissione in una tv locale di Faenza. Ci rincorriamo per alcuni mesi, poi, finalmente, troviamo il momento conveniente per entrambi. La trasmissione si chiama “A cup of tea with…” e questa volta l’ospite invitato a bere la tazza di tè sono io. Il tè, naturalmente, è un pretesto per fare quattro chiacchiere (anche perché la tazza è la stessa che l’ospite precedente ha lasciato sul tavolo e il tè è gelido…). Argomento – la letteratura russa, materia che insegno all’Università di Urbino. 
Come nelle migliori tradizioni della televisione italiana, l’amico giornalista è accompagnato da una valletta: è una studentessa di ragioneria, si chiama Barbara, ma soprattutto ha una minigonna di quelle che non cominciano mai e finiscono subito e due gambe che sparano “ad altezza uomo”. Mi concentro sulla letteratura russa e cominciamo la registrazione. Tutto va come previsto: l’amico giornalista domanda, io rispondo, la valletta, seduta non casualmente su un alto trespolo, interviene ogni tanto leggendo frasi dai classici russi con robusto accento faentino. Finisce la trasmissione e, mentre noi ci attardiamo a fare le ultime chiacchiere, Barbara “Gambe” si cambia la minigonna, che si rivela così nient’altro che un abito di scena.
A quanto mi dicono, la trasmissione va in onda qualche tempo dopo, con tanto di replica. Non riesco a vederla, ma diversi conoscenti mi fermano per il classico “ti ho visto, l’altra sera, in tv”. Mi spiegano che, mentre io e l’intervistatore volteggiavamo da veri intellettuali tra le rarefatte altezze della letteratura, il regista della trasmissione faceva lunghe riprese delle gambe dell’aspirante ragioniera, cominciando dalle caviglie e salendo via via fino alle cosce.
Meraviglioso! Straordinario! Già, perché la letteratura russa dell’Ottocento e soprattutto Dostoevskij su cui noi ci siamo soffermati a lungo, trattano proprio di questa straordinaria mescolanza di “alto” e “basso”, di nobili ideali e di passione carnale in quella contraddittoria creatura che è l’uomo. Spiega Erich Auerbach, forse il maggiore critico letterario del secolo XX, che la letteratura dell’Ottocento, soprattutto quella russa, rinnova la straordinaria invenzione che il realismo cristiano ha attuato con la scrittura dei Vangeli: non era infatti previsto dalle regole della retorica antica che una narrazione presentasse un Dio fatto uomo intento agli umili lavori dell’artigiano, che una prostituta rivolgesse la parola a Dio stesso, che dei rozzi pescatori ignoranti ragionassero in concilio della salvezza degli uomini.
Tutto ciò lo ritroviamo in Dostoevskij: i fratelli Karamazov che discutono di “questioni maledette” nella taverna fumosa e puzzolente, la prostituta Sonja Marmeladova che legge
all’assassino Raskol’nikov la pagina evangelica della resurrezione di Lazzaro (“Delitto e castigo”), Dio stesso che compare in visione ad Aljosha Karamazov e lo invita al banchetto della vita eterna.
Non più “separazione degli stili” come nella letteratura classica, dove un dio poteva comparire solo nella tragedia e una prostituta o un pescatore solo nella commedia; non più differenziazione degli argomenti e del linguaggio a seconda dei generi letterari. I Vangeli rompono questa regola retorica e introducono quella che Auerbach chiama la “mescolanza degli stili”: è il riflesso della nostra vita, dove le altezze ideali si mescolano con le passioni più carnali, dove il sacro va a braccetto col profano, e le raffinatezze della critica letteraria coesistono con le cosce della ragioneria.
Se la scimmia รจ una persona come noi
Se la scimmia è una persona come noi
di Giuseppe Ghini
Libero, 6.V.2007
La rivista Science ha pubblicato uno studio dal quale risulta che il genoma del macaco è per il 97,5% uguale a quello umano. E in questi giorni, in Austria, gli animalisti hanno lanciato una causa legale per far dichiarare “una persona” lo scimpanzè Hiasl diretto a un laboratorio scientifico come cavia. La motivazione: il suo DNA è uguale a quello dell’uomo per il 99.4%.
La straordinaria collaborazione di 170 scienziati di 35 istituzioni ha finalmente consentito di appurare che il 97.5% del genoma del macaco è identico a quello dell’uomo. La notizia sarebbe in sé interessante soprattutto per le conseguenze di tipo medico e farmacologico, se non venisse letta con la consueta chiave ideologica animalista e anti-umana. Già, cosa significa che abbiamo il 97.5% in comune con un macaco o il 99% con uno scimpanzè?
Per restare nell’ambito puramente quantitativo, i testicoli di un uomo adulto pesano 30 grammi l’uno: in un uomo di 80 kg costituiscono meno dello 0.1%. Eppure nessuno dubita che avere o non avere questi 60 gr. faccia una certa differenza! (90 gr. nel caso di Bartolomeo Colleoni...)
Il peso del cervello umano (ca. 1400 gr.) rappresenta meno del 2% del corpo: ciò significa che un uomo decerebrato è più simile ad un uomo normale di quanto lo sia un macaco.
E poi, chiediamoci, come viene calcolato questa percentuale? Il genoma umano, cioè il patrimonio genetico, è costituito da un numero non ancora stabilito di geni (da 25.000 a 37.000) presenti nel nucleo di ciascuna cellula. Ne consegue che la “piccola” differenza dell’1% faccia sì che ogni cellula umana sia differente da ogni cellula del macaco. Per tirare le somme in altro modo: percentuale delle cellule differenti = 100%. Siamo sicuri che i titoli dei giornali che annunciano la sensazionale somiglianza tra uomo e macaco siano davvero neutrali?
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Ma c’è un’altra differenza, più sottile e sfuggente, quella qualitativa. Qualche tifoso ricorderà Hugo Maradona, detto “el Turco”, uno dei più colossali bidoni che sia stato mai rifilato ad una squadra di calcio italiana.
A metà degli anni Ottanta fu acquistato dall’Ascoli, pare dietro forti pressioni del fratello Diego Armando. Giocò una dozzina di partite, poi fu ceduto ad una squadra austriaca: concluse la sua carriera di calciatore in Giappone, campionato di brocchi e giocatori spompati. Il pibe de oro, in verità, ha anche un altro fratello, Lalo Maradona, ex giocatore di calcio indoor in Canada, quella che si dice una carriera non propriamente prestigiosa. A differenza del grandissimo Diego Armando,
Lalo sembra il fratello con la testa a posto: niente alcool, né droga, vita tranquilla, sposato con tre figli, gestisce una scuola di football per ragazzini di strada a Buenos Aires.
Ora, la parentela genetica tra Diego, Hugo e Lalo è acclarata, in ogni caso assai maggiore del 97.5% che unisce uomini e macachi. Eppure nessun tifoso del Napoli avrebbe fatto cambio, negli anni Ottanta, tra Diego e Hugo e la moglie e i figli di Lalo probabilmente non farebbero cambio, oggi. Dunque? Cosa significa realmente che il 97.5% del macaco è uguale a quello dell’uomo?
I geni di un uomo normale e dello stesso uomo lobotomizzato sono identici, quelli di una moglie depressa e della stessa moglie allegra e
soddisfatta pure, tra un padre presente e lo stesso padre assenteista non corre nessuna differenza genetica. Dunque?
L’ideologia anti-umana implicita nell’equiparazione quantitativa tra macaco e uomo è oggi straordinariamente pervasiva.
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In un libro di qualche anno fa dedicato ai Fratelli Karamazov , Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, è riuscito ad iscrivere nei ranghi degli animalisti anche il grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. “Nel preparare il terreno per l’esposizione della “Leggenda” – scrive Zagrebelsky nella Leggenda del Grande Inquisitore, Morcelliana 2003 – appare lo scoglio contro il quale naufraga lo spirito di Ivan: per l’appunto il male ingiustificato. Gli esempi che vengono portati, per mezzo di un’esposizione di grande forza drammatica, riguardano il dolore inferto consapevolmente agli innocenti. Sono innocenti i bimbi e gli animali. Essi sono completamente innocenti perché non conoscono il bene e il male. Gli esseri umani adulti, no. A me non interessa il male fatto agli adulti – dice Ivan. Essi hanno mangiato il frutto maledetto che li rende colpevoli. In fondo, se lo meritano. Ma i bimbi e gli animali, no”.
In realtà, se andiamo a leggere i Fratelli Karamazov, troveremo che l’argomentazione di Ivan si riferisce solo ai bambini: “Intorno ai bambini – afferma Ivan – ho ancora di meglio, Alesha, riguardo ai bambini russi ho raccolto molte, moltissime cose. Una piccola bimbetta di cinque anni era stata presa in odio da padre e madre, ‘persone stimatissime del ceto burocratico, istruite e bene educate’. Vedi […] esiste in molti uomini un’inclinazione speciale: l’amore delle torture inflitte ai bambini, ma ai bambini soltanto […] Quegli istruiti genitori sottoponevano dunque la povera bimba di cinque anni a tutte le torture possibili. La battevano, la frustavano […] Tutta la scienza del mondo non vale le lacrime di quella bimba. […] Non parlo delle sofferenze dei grandi, essi hanno mangiato il frutto proibito e vadano al diavolo, che il diavolo li porti tutti quanti, ma i bambini, i bambini!”.
L’argomentazione di Dostoevskij è chiara: come Giobbe nell’Antico Testamento, i bambini che appaiono nei quadretti che Ivan desume dalla cronaca del tempo sono i “giusti sofferenti” che mettono in crisi la tesi di un Dio buono e provvidente. Se esistono degli innocenti che soffrono – questo afferma il secondogenito dei Karamazov – com’è possibile che esista un Dio che ama l’uomo? Domanda che Alesha “risolverà” additando lo spettacolo scandaloso del Dio-uomo che, perfetto innocente, muore in croce.
E gli animali di cui parla Zagrebelsky che c’entrano? All’inizio dell’ampia introduzione alla Leggenda del grande Inquisitore, effettivamente Ivan Karamazov cita una scena del poeta Nekrasov in cui compare un contadino russo che con la frusta percuote un cavallo sui “miti occhi”. E afferma che il lasciarsi prendere dalla furia insensata fino a picchiare alla morte il proprio cavallo è un tipico tratto russo. “Ma non si tratta che di un cavallo – conclude Ivan – e i cavalli Dio ce li ha dati per frustarli. Così ci hanno spiegato i tartari, e come ricordo ci hanno regalato il knut, la frusta del vetturale. Ma si possono frustare anche gli uomini”. Di qui parte l’argomentazione che ha per centro i bambini innocenti e il Dio provvidente. 
Dunque, nei Fratelli Karamazov la crudeltà contro gli animali non entra affatto nell’argomentazione di Ivan sul male ingiustificato, ne è semplicemente un’introduzione. Ci voleva un giudice della Corte Costituzionale italiana per stabilire che bambini e animali sono la stessa cosa e trasformare Dostoevskij in un animalista.



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