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Lasciamola alle suore di Lecco

di ghinetto (30/11/2008 - 08:13)

Lasciamola alle suore di Lecco
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 16 novembre 2008

Oddio, che cosa ho scritto? Che espressioni scandalose ho usato nel mio articolo di venerdì su Eluana e Beppino Englaro? Sulla Voce di ieri c’erano ben tre lettere di critica. Sergio Giordano, senza troppa eleganza, minaccia: «Sarà mio dovere inviare l’intervento alla famiglia Englaro». Vittorio Pietracci, con ragionevole pacatezza, dice che ho esagerato, che non dovevo scrivere «Il padre di Eluana ha coronato il sogno della sua vita, far fuori sua figlia». E pure Werther Casali giudica queste parole «terribili, prive come sono di misericordia», tanto più contraddittorie nell’articolo di uno che si dichiara credente.

Che cosa ho scritto? La verità. È che la verità fa male, a volte. Ma il compito del giornalista è proprio quello di dire la verità, anche quando è scomoda. È quello di smascherare i travestimenti ideologici con cui ci nascondiamo la realtà. E qui la realtà nuda e cruda è proprio questa: «un padre da sedici anni combatte per riuscire a uccidere sua figlia».
Oh, certo, avrei potuto scrivere: «Da sedici anni la famiglia Englaro si batte per ottenere dalla Magistratura il permesso di staccare il sondino naso-gastrico con cui viene alimentata la propria congiunta in stato vegetativo persistente». Certo, l’avrei potuto scrivere e avrei potuto adottare quella sorta di Antilingua che sta invadendo il nostro mondo. Perché l’Antilingua non è presente solo nelle stazioni ferroviarie, dove ci viene imposto di «obliterare» il biglietto, mentre in realtà la macchinetta non fa altro che «timbrare», o nelle delibere regionali, dove non ci sono mai «strade», ma «assi viari». No, l’Antilingua è più sottile, più pervasiva: è l’Antilingua che ci fa accettare supinamente la definizione «stato vegetativo». Questa definizione che usano i medici è falsa, fuorviante. Un uomo non si trasforma mai in un vegetale. «Stato vegetativo» è una metafora. Vuol dire che l’uomo è «come se si trasformasse» in un vegetale. Ma rimane uomo, donna, rimane quell’essere unico e diverso da tutti gli altri. I poeti ci aiutano a non dimenticare mai questa unicità, e anche i giornalisti possono fare la loro parte.  
Durante la Grande Guerra, Clemente Rebora guardava dalla sua trincea il cadavere di un compagno d’armi morto da tempo: «Fungaia d’un morto saponava la terra, a divano. Forse tre settimane. Schizzava il corpo, in soffietto, dai brandelli vestiti; ma ingrommata la testa, dal riccio dei peli spaccava alla bocca, donde lustravano denti scalfiti in castagna rigonfia di lingua». E tuttavia, questo morto descritto nella sua orrenda decomposizione è anche il bambino unico che era per sua mamma: «Mamma – era un cosino che faceva pipì, una stella, da bimbo».
Ecco, io sono sicuro che Eluana è stata per suo babbo una piccola stella, che Beppino Englaro si sia commosso ai suoi primi passi, che se la sia coccolata dopo un capitombolo o una scottatura. Sono convinto che abbia passato nottate a vegliarla da piccola e da grande. Ed è per questa comune umanità che non mi riesce di capire per quale motivo un babbo possa volere far fuori la figlia.
Anzi, forse qualcosa ho capito (ma lo dico piano, non voglio fare della psicologia a buon mercato). Viktor Frankl era un giovane psicologo quando fu internato in un Lager nazista. E qui fece una scoperta fondamentale: che l’uomo è l’unico animale capace di dare significato alla sua vita. In altre parole, scoprì che, per quanto sia caricato di esperienze negative, l’uomo non dipende da queste esperienze, anzi, le trascende; che anche l’esperienza del lager può, misteriosamente, ricevere un significato (è quello che accadde a padre Kolbe). La cosa principale è se l’uomo sa trovare un significato in quello che gli capita. Questo è il motivo – spiega Frankl – per cui noi vediamo persone che reagiscono alla medesima disgrazia in modo differente.
Personalmente ho avuto modo di verificarlo stando in ospedale per una serie di operazioni. La differenza non è tra chi è «dentro» e chi è «fuori». La vera differenza è tra chi vive la salute e la malattia con un senso e chi vive la salute e la malattia senza un senso.
Tra chi muore guardando una telenovela e chi sa vivere la morte come un incontro con il Dio che lo ama.
Ci sono persone che vivono la medesima situazione di Beppino Englaro e che non hanno la medesima «rabbia» nei confronti del mondo. Ci sono persone che vedono – o forse solo intravedono – un significato in una persona in coma persistente.
Forse è un significato relazionale, più che razionale. Forse si contentano di starle vicino, di assisterla, di volerle bene come a un bambino che non ti dà nessuna soddisfazione umana.
Come le suore di Lecco, che hanno assistito Eluana e ora chiedono che venga lasciata a loro.
Forse questa è la soluzione più giusta: lasciare prevalere la compassione. E se Beppino Englaro non vede un senso in una figlia che è in coma da sedici anni, la lasci «adottare» da chi è disposto ad assisterla e a nutrirla, lasci che chi ha un cuore più grande del suo se la stringa ancora al petto come la bimba che era una volta. Come dopo un capitombolo che l’ha lasciata in coma persistente.

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