La moglie femminista
di Giuseppe Ghini
In Italia le caratteristiche autentiche della “seconda donna”, la donna femminista, sono state a lungo oscurate da una sua versione mitigata, “all’acqua di rose” (come spesso avviene da noi, forse per l’incapacità di attuare un programma fino in fondo, forse per un rigurgito finale di buon senso). Il risultato è che il femminismo italiano, non quello teorico ma quello praticato, ha dovuto fare i conti con quel tanto di materno che il “mammismo” nostrano riserva al partner e si è spesso limitato ad una rivendicazione di parità. Jutta Burggraf, studiosa del fenomeno femminista nelle sue varianti
continentali ed americana, sostiene invece che il «movimento femminista contemporaneo non è affatto il legittimo erede del Movimento di Liberazione della Donna, [quello che] ebbe inizio intorno al 1789 come un’estensione delle richieste dei diritti civili, il cui obiettivo era “uguali diritti per uomini e donne”. […]. Le femministe non hanno per fine l’emancipazione legale e sociale delle donne, bensì la completa uguaglianza dei sessi. Esse richiedono la completa abolizione di ciò che definiscono la tradizionale divisione dei ruoli tra uomini e donne, e rigettano in modo veemente la maternità, il matrimonio e la famiglia. […] Una donna che ha un bambino è “legata” e non può competere con gli uomini nella carriera professionale. Conseguentemente le femministe richiedono alle donne di staccarsi dalle “catene della loro natura”. Il loro comportamento si dovrebbe basare sulla cosiddetta “nuova etica” […] dove ogni cosa è permessa, la tradizione è costantemente messa in discussione, perfino le più intime relazioni interpersonali, il matrimonio e la famiglia. I valori più stimati dalle femministe sono l’autonomia e l’indipendenza, [nonché] una radicale “autorealizzazione della donna”» (Women and evangelization, Chicago, Midwest Theological Forum, 1990, p.16).
Questa donna femminista, insofferente ai legami ma intrappolata dalla mentalità carrieristica non meno del frustrato uomo contemporaneo, si nutre di un risentimento maturato nel corso di secoli, sfugge allo sguardo amoroso, diffida del marito come di ogni altro rappresentante del genere maschile. Non si dona, non si può donare, perché donarsi vorrebbe dire arrendersi al nemico, abbandonare il sospetto nei confronti del maschio, deporre le armi di un’indipendenza assoluta che vuole affermare anche a costo di cambiare la natura. Così facendo nega a se stessa la possibilità dell’amicizia che esige proprio il salto nel buio della fiducia.
Dall’orgoglio intellettuale alla fede cattolica
Dall’orgoglio intellettuale alla fede cattolica
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10.VIII.2007
La storia che vi racconto non è forse da ombrellone, ma è di quelle capaci di dare un senso all’intera estate. Sì, perché è la storia di una grande persona, una grande intellettuale, una grande femminista che, passando attraverso i dubbi delle più aspre questioni morali del nostro tempo, decise di convertirsi al cattolicesimo. E poi, dopo un certo tempo, incontrò Dio.
Elizabeth Fox-Genovese, la persona di cui stiamo parlando, è morta all’inizio di questo 2007 all’età di 66 anni. 
Docente alla Emory University di Atlanta, vi aveva fondato il Dipartimento di Studi Femminili, e proprio una ricerca sulla condizione femminile americana intitolata “Il femminismo non è la storia della mia vita” (1996) è stato forse il suo libro più noto. Mi decido solo oggi a parlare di lei e della sua conversione al cattolicesimo, per quella sorta di pudore che, mi pare, deve circondare le decisioni intime di una persona. E lo faccio riprendendo un articolo che lei stessa pubblicò sulla rivista “First things” qualche anno fa in cui si analizzavano le tappe della sua conversione e le difficoltà dovute alla sua mentalità di intellettuale.
Perché un intellettuale americano – dice Elizabeth Fox-Genovese - può essere forse accettato se si converte alla religione Ebraica o Islamica, ad una delle innumerevoli Chiese Riformate; ma farsi Cattolica proprio no! Non a caso la prima reazione dei colleghi fu quella di evitare ogni commento, addebitando la trasformazione ad un brutto periodo. Ai loro occhi, infatti, una conversione semplicemente non poteva essere frutto di un comportamento razionale. “Per gli accademici secolarizzati – scrive Elizabeth - il linguaggio e la pratica della fede appartengono ad un mondo altro”, e di conseguenza una conversione rimane al di fuori della loro comprensione.
Nel suo caso, la conversione non avviene in completa rottura con il passato; certo, naturalmente, essa provoca un notevole cambiamento di vita, ma nel segno di una certa continuità. Elizabeth era cresciuta in una famiglia dalla mentalità moderna, quella mentalità che separa nettamente la fede dalla morale e che basa quest’ultima sull’integrità dell’individuo. Tuttavia il linguaggio e i principi basilari del cristianesimo non le erano ignoti, ed aveva sempre nutrito un grande rispetto per i profeti ebrei, per alcuni leader religiosi protestanti e santi cattolici, mentre sullo sfondo Gesù Cristo si stagliava come un esemplare eminente del sacrificio di sé per amore.
La filosofia materialista di cui si imbeve durante gli anni universitari non mina tuttavia la certezza alla base della sua riflessione morale: certezza che una linea divide inequivocabilmente il bene dal male. Nel contempo invece il secolarismo di cui è impregnato il mondo accademico va rapidamente promuovendo l’idea che le convinzioni morali rappresentano solo il punto di vista della persona che le enuncia, che, cioè, ci sono tante morali quante sono le persone: ed è pertanto scorretto cercare di imporre la propria morale ad un altro la cui situazione non si può comprendere pienamente.
Questo relativismo morale non la lascia tranquilla, anche perché si rende conto che il conflitto tra le morali e le persone che le sostengono non può che finire nella violenza. Ma l’interessarsi e lo scrivere di aborto la conduce al problema ancora più grande dei diritti della vita seppelliti e nascosti sotto i cosiddetti “diritti della donna” e la sua autodeterminazione. Le si affaccia alla mente l’insuperabile problema dei diritti del nascituro, anche se la sua disposizione è a favore del diritto ad abortire. Un’altra questione morale - il suicidio assistito – le procura crisi ancora maggiori. “Come può – si chiede - una persona decidere se la vita di un altro è degna di essere vissuta?”. Successivamente le diverrà chiaro che questi suoi dubbi nascevano da una rivolta contro la concezione utilitaristica e strumentale della vita umana.
Tutto rimane però nell’ambito di una concezione secolare, “laica” diremmo noi; tutto rimane una sorta di “preambolo” alla sua nuova vita che si apre con la conversione. La quale non si situa in un singolo momento: al contrario, impercettibilmente nel corso del tempo si fa strada in lei la decisione di entrare nella Chiesa Cattolica. È il 1995. La domenica successiva a questa decisione, all’insaputa del marito – l’allora storico marxista Eugene Genovese poi convertitosi anch’egli – e di ogni altro conoscente va a messa nella Cattedrale di Atlanta. “Davanti a me – confesserà anni dopo – c’era il crocifisso, quel Signore che mi ero impegnata a servire; per il resto non sapevo nulla, non sapevo cosa aspettarmi”.
Un sacerdote si incaricherà successivamente di iniziarla alla dottrina, ai riti, alle devozioni di un buon cattolico: dirà poi la Fox-Genovese che era impressionante quanto avesse imparato e quanto poco avesse compreso. Anche perché la full professor della Emory University deve superare la mentalità razionalistica tipica dell’intellettuale come pure i pregiudizi materialistici dovuti alla sua formazione. “Il giorno della mia accoglienza nella Chiesa cattolica, giorno che incluse battesimo, cresima, confessione, matrimonio e comunione una gioia trasformante confermò comunque una decisione che sembrava presa con la mente ma anche col cuore”.
Era solo l’inizio. La conversione vera e propria, l’incontro autentico con Dio doveva ancora avvenire. “Mi ci vollero due o tre anni per cominciare a comprendere che l’azione decisiva non era stata mia ma di Dio”: glielo impediva l’orgoglio accademico ma anche il suo orgoglio personale, quello che le faceva chiedere “Chi sono io per aspirare alla santità?”.
“Il momento decisivo del mio cammino nella fede giunse quando, un certo giorno, apparentemente germogliato dal nulla, mi colpì il pensiero che Gesù era morto per i miei peccati. E immediatamente dopo seguì la devastante convinzione che io non valgo questo sacrificio. Solo gradualmente compresi pienamente che la decisione che io valgo non dipende da me, ma da Lui”. Per tutto questo, grazie, Elizabeth.



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