Il lavoro dello schiavo (e quello del bancario)
Il lavoro dello schiavo (e quello del bancario)
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10.XI.2006
Treno, lunedì mattina. In una carrozza “a salone” sto leggendo un libro che devo recensire, “Non dimenticatemi” di Pavel Florenskij. Il libro è bellissimo, la ressa è scomparsa con la gente scesa a Cesena, leggo avvolto nel tepore e nel ritmo del treno: se poi non avessero inventato i cellulari e i pendolari non smaniassero di mettere in piazza la loro vita intima, sarei davvero in paradiso. “Non dimenticatemi” raccoglie le lettere che padre Pavel Florenskij inviò dal Gulag sovietico ai cinque figli, alla moglie Anna e alla madre. Condannato a 10 anni di lavori forzati dopo un processo falso e senza prove, come dimostrò la commissione che lo riabilitò nel 1958, il grande matematico, filosofo e fisico russo venne internato nel 1933 e fucilato nel 1937. Sballottato da un campo all’altro della Siberia orientale e infine nell’ancor più terribile lager delle isole Solovkì (Mar Bianco), Florenskij non rinunciò tuttavia ad applicare la sua mente straordinaria ai diversi campi dell’industria degli schiavi del gulag: dette inizio allo studio scientifico della fisica del gelo, inaugurò una fabbrica per l’estrazione dello iodio dalle alghe. Al di là delle relazioni familiari, che sono il vero centro del libro, colpisce ciò che l’epistolario sottende, e cioè la dedizione di questo genio verso un lavoro non scelto, anzi verso un lavoro “forzato”. Mentre lo stato sovietico, andando contro i suoi stessi egoistici interessi, dilapidava la ricchezza umana e intellettuale di colui che è stato definito il “Leonardo russo”, Florenskij inventava nuove ardite soluzioni tecniche ripercorrendo la storia della scienza applicata nell’isolamento frustrante del Gulag. Lo schiavo si inventò un lavoro creativo nonostante lo stato-schiavista.
Sul treno salgono due impiegati, forse bancari. “Come va?” – chiede uno. “Come vuoi che vada – risponde l’altro. – Va da lunedì”. Le occhiaie e la voce da caverna segnalano la faticosa ripresa del bancario, che certo non deve aver trascorso il week-end accanto al caminetto. Passano un paio di stazioni e i due sono già a progettare nel dettaglio il prossimo fine settimana, saltando a piè pari una settimana di lavoro come sbiadita, priva di spessore. Mi colpisce il contrasto tra il galeotto Florenskij capace di dare un significato al lavoro forzato e il bancario romagnolo che vive solo per il week-end. E penso a tutte le discussioni dei marxisti degli anni Settanta sul “lavoro alienato”: era un tema interessante, almeno come punto di partenza, com’è che non ne parla più nessuno?
Florenskij col suo lavoro creativo mi fa venire in mente altri galeotti dei campi di concentramento.
Anzitutto Solzhenitsyn, che in “Una giornata di Ivan Denisovich”, descrive un galeotto-muratore del Gulag che disubbidisce al caposquadra per finire il lavoro iniziato rischiando un ulteriore inasprimento della pena. “Calcina! Mattone! Schiacciato! Controllato! Calcina. Mattone. Calcina. Mattone... Ma non aveva detto il caposquadra di non aver riguardi per la calcina: di buttarla di là dal muro e di… filare? Ma Suchov era fatto in quel modo cretino e in nessun modo potevano fargli perdere quell'abitudine: di ogni cosa e di ogni lavoro aveva riguardo, ché non si rovinassero inutilmente. Calcina! Mattone! Calcina! Mattone! “Abbiamo finito, porco diavolo! — urlò il suo amico. – Filiamo”. Afferrò il cassone e corse sulla passerella. Ma Suchov, che provasse pure la scorta ad aizzare i cani contro di lui, si allontanò correndo indietro sullo spiazzo. Guardò. Non male. Poi si avvicinò di corsa — sopra il muro, a sinistra, a destra. Ehi, aveva un occhio ch'era una bolla! Perfetto. La mano non era invecchiata”. 
Alcuni anni più tardi, l’ex-galeotto Aleksandr Solzhenitsyn spiegò in un'intervista: “Devo dire che l'intelligencija sovietica mi ha molto rimproverato perché Ivan Denisovich, nel mio libro, lavora con piacere: come può uno schiavo provare piacere per il suo lavoro? - obiettavano. È sorprendente, ma è così; io stesso, in certi momenti, provavo soddisfazione a fare bene il mio lavoro. Ivan Denisovich, che non ha altri interessi all'infuori del lavoro, morirebbe se non vi trovasse piacere, questa è l'unica sua difesa spirituale. Quella scena fu la ragione per cui Khruscev permise la pubblicazione del romanzo: l'aveva interpretata come la glorificazione del lavoro socialista”.
Anche Viktor Frankl, psichiatra ebreo internato nel campo di Auschwitz, scoprì questo segreto inaudito. Nel momento in cui il campo di concentramento "non offre più nessuna prospettiva di realizzare dei valori (come quello del lavoro o della famiglia), creandoli o godendone, resta però la possibilità di un comportamento moralmente valido, proprio nel modo in cui un uomo si atteggia di fronte alla limitazione del suo essere imposta con violenza dall'esterno. La vita creativa e quella ricettiva gli sono negate, ma non il suo mondo interiore”.
Chi si trova nella condizione del lavoratore forzato può trovare una forma di autodifesa nell'apatia, e tale fu la psicopatologia della maggior parte degli internati, compreso Primo Levi. Oppure può resistere alla prova morale essendo, nell'intimo, più forte del destino. Per Frankl tale resistenza si espresse concretamente nel sentimento verso la moglie (sempre presente nei suoi pensieri), nel ripiegamento sul passato, attraverso il ricordo dei piccoli gesti quotidiani, ma soprattutto nella "capacità intuitiva di scoprire il significato unico e singolare nascosto in ogni situazione". È grazie a questa forza interiore che colui che è condannato al lager nazista può “riuscire a trovare in una sofferenza autentica ancora l'ultima, eppure la più alta, possibilità di significato. Bisogna far capire che la nostra vita nella misura del possibile è piena di significato e tale rimane fino alla fine".
Davvero occorre portare l’uomo al suo limite estremo per comprenderne la natura. Una natura grazie alla quale siamo capaci di dare significato al lavoro. C’è speranza anche per i bancari romagnoli.
Florenskij, restare uomo nonostante i lavori forzati
LETTERE DAL GULAG
Florenskij, restare uomo nonostante i lavori forzati
di Giuseppe Ghini
Libero, 7.11.2006
I diversi conteggi sui milioni di morti fatti dal comunismo sovietico sono assolutamente incompleti. Ci se ne rende conto in modo definitivo leggendo Non dimenticatemi, raccolta di lettere dal Gulag di Pavel Florenskij, matematico, filosofo e sacerdote russo fucilato nel 1937 dopo 4 anni di lavoro forzato. Sono incompleti, quei calcoli, perché la cruda riduzione di persone a numeri non documenta la perdita di ricchezza umana e spirituale che quella mattanza comportò. E allora ben venga questa raccolta di lettere che gli Oscar Saggi Mondadori ripropongono quale testimonianza di quell’umanità prostrata, mortificata, annientata.
Pavel Florenskij, grande scienziato che neanche dopo la Rivoluzione del 1917 aveva dismesso l’abito talare, venne condannato a 10 anni di lavori forzati nel 1933, al termine di un processo falso e senza prove, come scriveranno i giudici sovietici che lo riabiliteranno nel 1958. Via via che si compiva la sua peregrinazione nel sistema concentrazionario sovietico, egli non cessò tuttavia di applicare la sua straordinaria intelligenza ai diversi campi dell’industria degli schiavi del gulag: lo studio della fisica del gelo nella Siberia orientale, l’estrazione dello iodio dalle alghe nel terribile campo delle isole Solovkì. Ridotto a schiavo e galeotto, studiò e inventò nuove tecniche in favore di uno stato, quello sovietico, in cui era eretta a sistema “l’assurdità delle azioni umane che non trovano giustificazione nemmeno nell’egoismo, perché gli uomini agiscono a scapito anche dei propri interessi”.
Poi, in piena notte, dopo aver compiuto la “norma” di lavoro imposta dal regime carcerario,
sottraendo tempo al sonno, scriveva le poche lettere consentite alla moglie Anna, ai cinque figli, alla mamma. Non lettere generiche, rivolte a tutti, ma lettere indirizzate personalmente a ognuno dei suoi familiari, parti di un’unica grande lettera-contenitore. La cura e la preoccupazione per le singole persone, la ricchezza delle relazioni di Florenskij marito, padre e figlio sono il vero centro di questo epistolario duro, ma non dolente, privo comunque di qualsiasi segno di autocommiserazione. In questa cura della persona, padre Florenskij è guidato da una sorta di “orrore per la quantità”, da un pensiero qualitativo pronto a cogliere la personalità unitaria di ogni singolo figlio e quindi i suoi interessi unici. Le lettere fanno seguito, evidentemente, alle tenere conversazioni di questo babbo con i suoi figli; non è difficile immaginarlo alla scrivania, nella casa patriarcale, appoggiare temporaneamente la penna e parlare pacatamente con Vasja, Kira, Mik, Olja, Tika. Valga l’esempio delle lettere indirizzate all’ultima, amatissima figlia Tika, appena nove anni all’epoca della condanna definitiva del padre. Il padre le chiede delle bambole, delle letture, degli amici, racconta di quando lei era bambina e della sua stessa infanzia in Georgia, espone comprensibili osservazioni sulla natura, riferisce di messaggi trasmessi dai gabbiani e dai passerotti, richiede disegni. Diverso è il tono delle lettere indirizzate ai due figli maggiori, Vasja e Kira, nei quali vede i possibili continuatori della sua stessa opera. A loro Florenskij propone osservazioni da sviluppare, quesiti nel loro campo di ricerca: “Vorrei soprattutto aiutarvi – dice programmaticamente - con l’unica cosa che ho: le idee. Per introdurvi a queste opere, vi manderò a poco a poco delle informazioni, a partire dalle cose più facilmente realizzabili e più vicine alle vostre attività dirette”. Ma non mancano i consigli a Vasja sulla vita matrimoniale (”Devi fare in modo di partecipare alla vita interiore [di tua moglie], e che lei partecipi ai tuoi interessi”), misuratissime lettere alle nuora, pagine affettuosissime nei confronti del nipotino destinato a non vedere mai: “Voi, cioè tu, Anna e i figli – scrive alla madre - non vi rendete conto che solo attraverso di voi passa il filo che mi lega alla vita; tutto il resto mi interessa solo in relazione a voi”.
L’antologia riflette la cultura enciclopedica di Florenskij, le sue scoperte, il metodo di lavoro che cerca di trasmettere ai figli, la concezione organica della cultura che procede dall’osservazione diretta della natura; vi troviamo descrizioni minuziose delle notti bianche e delle aurore boreali, un breve corso di letteratura russa indirizzato alla figlia Olja, pagine di critica musicale e di geometria superiore, tutto ricondotto a una visione unitaria del mistero della vita presente dietro i fenomeni studiati dalle singole scienze. L’enciclopedismo spiega anche la difficoltà di curare un simile testo che richiederebbe traduttori e redattori altrettanto enciclopedici e che, invece, mostrano qua e là alcune lacune: la famosa Rivolta dei Decabristi (San Pietroburgo, 1825) non avviene in Piazza Sennaja (p. 180) ma nella piazza del Senato; Michajlovskij è affatto un pubblicista filo-liberale (p. 187), bensì il teorico del populismo; il verso di Puškin a lungo discusso a pagina 306 non viene dal poema Poltava ma dal Cavaliere di bronzo.
Ma tutto l’enciclopedismo di Florenskij e la formidabile attività con cui cerca di dimenticare – per quanto è possibile – le disumane condizioni di vita del Gulag non lo distolgono da un ripensamento sul nucleo più intimo dei suoi interessi, la famiglia in senso lato, compresa la stirpe e la casa: “Volgendomi indietro e rivedendo la mia vita – scrive con rammarico - non vedo in che cosa, in sostanza, dovrei cambiare la mia vita se dovessi ricominciarla da capo e nelle stesse condizioni di prima. Certo ho fatto molti singoli errori […] ma queste cose non mi hanno fatto deviare dalla direzione principale, e quanto ad essa non ho niente da rimproverarmi. Mi pento che, avendo un atteggiamento passionale rispetto al dovere, non mi sono consumato abbastanza a favore di me stesso; per “me stesso” intendo voi, che sento come una parte di me stesso: non ho saputo darvi gioia e rallegrarvi, non ho dato ai figli tutto ciò che avrei voluto dare loro”.
In questa antologia che aiuta a recuperare quella che Florenskij chiama “l’arte di leggere lentamente” manca completamente la presenza di Dio, che affiora soltanto in un poema scritto per il figlio Kirill. Se questo è facilmente spiegabile addebitandolo alla censura del campo, è opportuno completare l’immagine di padre Florenskij con il ricordo raccolto da Vitalij Šentalinskij, colui che ha ricostruito le vicende delle vittime del regime sovietico nel libro I manoscritti non bruciano. “Alle Solovkì, padre Pavel Florenskij riportò a Dio molte anime, anche di agnostici o di atei convinti: furono molti coloro che grazie a lui conobbero un risveglio spirituale. Sembra fosse la persona più rispettata e autorevole del lager. Secondo una leggenda, quando il suo corpo fu portato fuori dall’ospedale, tutti i reclusi, perfino i criminali più incalliti, si inginocchiarono e si tolsero il cappello”.
Forse è più che una leggenda, quella del “padre” di tutti i galeotti, e forse pensava a tutti loro quando scriveva: “In questi momenti, guardando le notti bianche, penso a voi e custodisco il vostro sonno”.



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