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Dall’orgoglio intellettuale alla fede cattolica

di ghinetto (22/11/2007 - 22:47)

Dall’orgoglio intellettuale alla fede cattolica
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10.VIII.2007

La storia che vi racconto non è forse da ombrellone, ma è di quelle capaci di dare un senso all’intera estate. Sì, perché è la storia di una grande persona, una grande intellettuale, una grande femminista che, passando attraverso i dubbi delle più aspre questioni morali del nostro tempo, decise di convertirsi al cattolicesimo. E poi, dopo un certo tempo, incontrò Dio.
Elizabeth Fox-Genovese, la persona di cui stiamo parlando, è morta all’inizio di questo 2007 all’età di 66 anni.
Docente alla Emory University di Atlanta, vi aveva fondato il Dipartimento di Studi Femminili, e proprio una ricerca sulla condizione femminile americana intitolata “Il femminismo non è la storia della mia vita” (1996) è stato forse il suo libro più noto. Mi decido solo oggi a parlare di lei e della sua conversione al cattolicesimo, per quella sorta di pudore che, mi pare, deve circondare le decisioni intime di una persona. E lo faccio riprendendo un articolo che lei stessa pubblicò sulla rivista “First things” qualche anno fa in cui si analizzavano le tappe della sua conversione e le difficoltà dovute alla sua mentalità di intellettuale.
Perché un intellettuale americano – dice Elizabeth Fox-Genovese - può essere forse accettato se si converte alla religione Ebraica o Islamica, ad una delle innumerevoli Chiese Riformate; ma farsi Cattolica proprio no! Non a caso la prima reazione dei colleghi fu quella di evitare ogni commento, addebitando la trasformazione ad un brutto periodo. Ai loro occhi, infatti, una conversione semplicemente non poteva essere frutto di un comportamento razionale. “Per gli accademici secolarizzati – scrive Elizabeth - il linguaggio e la pratica della fede appartengono ad un mondo altro”, e di conseguenza una conversione rimane al di fuori della loro comprensione.
Nel suo caso, la conversione non avviene in completa rottura con il passato; certo, naturalmente, essa provoca un notevole cambiamento di vita, ma nel segno di una certa continuità. Elizabeth era cresciuta in una famiglia dalla mentalità moderna, quella mentalità che separa nettamente la fede dalla morale e che basa quest’ultima sull’integrità dell’individuo. Tuttavia il linguaggio e i principi basilari del cristianesimo non le erano ignoti, ed aveva sempre nutrito un grande rispetto per i profeti ebrei, per alcuni leader religiosi protestanti e santi cattolici, mentre sullo sfondo Gesù Cristo si stagliava come un esemplare eminente del sacrificio di sé per amore.

La filosofia materialista di cui si imbeve durante gli anni universitari non mina tuttavia la certezza alla base della sua riflessione morale: certezza che una linea divide inequivocabilmente il bene dal male. Nel contempo invece il secolarismo di cui è impregnato il mondo accademico va rapidamente promuovendo l’idea che le convinzioni morali rappresentano solo il punto di vista della persona che le enuncia, che, cioè, ci sono tante morali quante sono le persone: ed è pertanto scorretto cercare di imporre la propria morale ad un altro la cui situazione non si può comprendere pienamente.
Questo relativismo morale non la lascia tranquilla, anche perché si rende conto che il conflitto tra le morali e le persone che le sostengono non può che finire nella violenza. Ma l’interessarsi e lo scrivere di aborto la conduce al problema ancora più grande dei diritti della vita seppelliti e nascosti sotto i cosiddetti “diritti della donna” e la sua autodeterminazione. Le si affaccia alla mente l’insuperabile problema dei diritti del nascituro, anche se la sua disposizione è a favore del diritto ad abortire. Un’altra questione morale  - il suicidio assistito – le procura crisi ancora maggiori. “Come può – si chiede - una persona decidere se la vita di un altro è degna di essere vissuta?”. Successivamente le diverrà chiaro che questi suoi dubbi nascevano da una rivolta contro la concezione utilitaristica e strumentale della vita umana.

Tutto rimane però nell’ambito di una concezione secolare, “laica” diremmo noi; tutto rimane una sorta di “preambolo” alla sua nuova vita che si apre con la conversione. La quale non si situa in un singolo momento: al contrario, impercettibilmente nel corso del tempo si fa strada in lei la decisione di entrare nella Chiesa Cattolica. È il 1995. La domenica successiva a questa decisione, all’insaputa del marito – l’allora storico marxista Eugene Genovese poi convertitosi anch’egli – e di ogni altro conoscente va a messa nella Cattedrale di Atlanta. “Davanti a me – confesserà anni dopo – c’era il crocifisso, quel Signore che mi ero impegnata a servire; per il resto non sapevo nulla, non sapevo cosa aspettarmi”.
Un sacerdote si incaricherà successivamente di iniziarla alla dottrina, ai riti, alle devozioni di un buon cattolico: dirà poi la Fox-Genovese che era impressionante quanto avesse imparato e quanto poco avesse compreso. Anche perché la full professor della Emory University deve superare la mentalità razionalistica tipica dell’intellettuale come pure i pregiudizi materialistici dovuti alla sua formazione. “Il giorno della mia accoglienza nella Chiesa cattolica, giorno che incluse battesimo, cresima, confessione, matrimonio e comunione una gioia trasformante confermò comunque una decisione che sembrava presa con la mente ma anche col cuore”.
Era solo l’inizio. La conversione vera e propria, l’incontro autentico con Dio doveva ancora avvenire. “Mi ci vollero due o tre anni per cominciare a comprendere che l’azione decisiva non era stata mia ma di Dio”: glielo impediva l’orgoglio accademico ma anche il suo orgoglio personale, quello che le faceva chiedere “Chi sono io per aspirare alla santità?”.
“Il momento decisivo del mio cammino nella fede giunse quando, un certo giorno, apparentemente germogliato dal nulla, mi colpì il pensiero che Gesù era morto per i miei peccati. E immediatamente dopo seguì la devastante convinzione che io non valgo questo sacrificio. Solo gradualmente compresi pienamente che la decisione che io valgo non dipende da me, ma da Lui”. Per tutto questo, grazie, Elizabeth.

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