Gennaio 1918: finisce la democrazia in Russia
Gennaio 1918: finisce la democrazia in Russia
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 21 gennaio 2008
Era il gennaio 1918, precisamente il 5/18 gennaio 1918 (il 5 secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia e il 18 secondo il calendario gregoriano del resto dell’Europa; pochi giorni più tardi Lenin avrebbe annullato per decreto i 13 giorni di ritardo e la Russia avrebbe adeguato le sue date alla maggioranza delle nazioni progredite; di conseguenza, a partire dal 1918 l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre sarebbe stato celebrato il 6 di novembre).
Il Governo Bolscevico aveva già emanato i primi decreti: quello sulla pace unilaterale con cui si era cavato dal grande impiccio della I Guerra Mondiale e aveva sconfessato il debito estero del governo, estraniandosi così dall’economia del mondo occidentale; il decreto in cui sposava strumentalmente le tesi dei socialisti rivoluzionari sulla terra ai contadini, sfruttando la popolarità di questa posizione demagogica presso i soldati-contadini che disertavano ormai a centinaia di migliaia; quello sul monopolio della stampa con cui si assicurò l’esclusiva dell’informazione chiudendo quasi 150 giornali dell’opposizione; infine, il decreto con cui sanciva la legittimità della lotta ai controrivoluzionari, istituendo su espressa iniziativa di Lenin, già nel dicembre del 1917 il primo organo addetto alla repressione politica, la Commissione straordinaria panrussa (la famosa Ceka) con a capo Feliks Dzerzhinskij.
I Bolscevichi non avevato però osato annullare le elezioni dell’Assemblea Costituente, la cosiddetta IV Duma che avrebbe dovuto disegnare il progetto della Russia democratica post-zarista. La situazione che si venne a creare dopo le elezioni superava la più sfrenata immaginazione politica: il Governo Bolscevico che aveva realizzato il Rivolgimento dell’Ottobre – come ora viene chiamata la Rivoluzione nei manuali russi di storia– aveva ottenuto una sonora sconfitta: dei 707 eletti, ben 410 appartenevano ai Socialisti Rivoluzionari (un partito assai più moderato dei Bolscevichi, nonostante il nome), oltre 100 ai partiti nazionalisti e moderati, una ventina ai menscevichi e ai bolscevichi solo 175. 
Gli oltre 40 milioni di Russi che avevano avuto la possibilità di votare avevano pertanto sconfessato il partito di Lenin. Ma, come sarebbe poi accaduto molte altre volte, la sinistra comunista non si arrese alla realtà, non prese atto della sconfessione da parte del paese: al contrario, si costruì una legittimità alternativa, non più fondata sul consenso democratico, ma su di una presunta “verità rivoluzionaria”.
Non solo. Come spiegano gli storici – da ultimo Andrea Graziosi, nel suo informatissimo L’Urss di Lenin e di Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007 – i bolscevichi erano caratterizzati dalla “pochezza della visione della società futura ereditata dal marxismo” e dal “primitivismo della concezione marxista dello stato”; la loro teoria faceva acqua dal punto di visto economico, dato che sognavano semplicemente una società senza mercato e senza moneta. E tuttavia vinsero. 
Vinsero grazie alla loro aggressività, alla loro spregiudicatezza morale, ad una spietata disciplina di partito. Come scrive nuovamente Graziosi, “al contrario dei loro nemici, essi furono pronti a utilizzare tutti i materiali disponibili e a cogliere la maggior parte delle possibilità offerte dagli eventi. […] Malgrado la loro forza elettorale, i partiti della sinistra antibolscevica e i liberali scontarono anche la loro incapacità di usare la forza, vale a dire di costruire e mettere in campo eserciti e organi repressivi efficaci anche perché spietati. Nella guerra civile i loro pregi – l’umanesimo, il rispetto per i diritti e la libertà si rivelarono altrettanti limiti, e socialisti rivoluzionari di ‘destra’, menscevichi e cadetti si trovarono inadatti alle circostanza, cadendo vittima delle repressioni di gruppi più piccoli e feroci”.
Questi gruppi piccoli e feroci, cioè i gruppi dei bolscevichi, agirono instancabilmente nella repressione feroce di ogni libertà, di ogni residuo di democrazia. I contadini che avevano creduto nella distribuzione della terra e nel pane, si videro nuovamente spossessati di entrambi in favore del monopolio statale sulla terra e sui cereali. La struttura stessa dello stato abbandonò la forma semi-anarchica dei “soviet dei contadini e degli operai” per approdare ad una forma paramilitare, retta con disciplina marziale dai Commissariati del Popolo. Il partito-stato dichiarò guerra al popolo contadino, al popolo russo, ucraino, alle libere comunità cosacche, alla nobiltà, ai commercianti, al piccolo nucleo di borghesia delle città, ai sacerdoti e ai monaci.
Ma tutto cominciò, appunto, il 5/18 gennaio 1918, quando l’Assemblea Costituente – che Lenin
aveva già definito come composta di “elementi tutti senza eccezione controrivoluzionari” – si riunì per la prima volta nel Palazzo di Tauride di Pietrogrado sfidando il potere dei Bolscevichi incarnato nel Comitato esecutivo centrale panrusso (VCIK). Preceduta dall’arresto dei suoi leader antibolscevichi più rappresentativi, la direzione dell’Assemblea fu immediatamente presa in mano dal braccio destro di Lenin, Sverdlov, che dichiarò aperta la riunione e chiese ai rappresentanti del popolo di adottare la Dichiarazione dei Diritti già approvata dal VCIK. Per dodici inutili ore i padri costituenti della Russia discussero di socialismo, di universalità e uguaglianza del suffragio. A mezzanotte la Dichiarazione dei Diritti bolscevica fu respinta in favore di una mozione della destra in cui si chiedeva di discutere gli affari di ordinaria amministrazione. Alle prime ore del mattino i bolscevichi abbandonarono la seduta, lamentando il fatto che era in mano ad una “maggioranza controrivoluzionaria”. 
Alle cinque del 6/19 gennaio 1918, il Comitato centrale del partito bolscevico, che era in seduta in un altro locale dell’edificio, entrò nell’aula dell’Assemblea Costituente e dichiarò conclusa la riunione “perché la guardia è stanca”. Un’Assemblea Costituente regolarmente eletta dovette aspettare il 1993, il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del comunismo per riunirsi nuovamente.
Sessantotto. Lavorare come in paradiso
Reduci del Sessantotto
Stesi sul divano ad aspettare la Rivoluzione
"La Voce di Romagna", 24.I.2008
Scrive Claudio Magris in Utopia e disincanto: “In un mondo che sempre più chiama a fare, produrre, parlare, scrivere, commentare, partecipare, intraprendere – in una mobilitazione generale sempre più coatta, in cui sembra spesso di non sapere quando si vive, l’indolenza di Oblomov può essere un’estrema difesa della libertà”.
Oblomov, il protagonista dell’omonimo romanzo dello scrittore russo Ivan Goncharov, è un nobile paralizzato da una malattia della volontà, qualcosa di simile a ciò che la morale classica ha definito “accidia”. Vuole trasformare il mondo, non si accontenta di riforme limitate ma possibili; no, lui vuole una trasformazione radicale. E passa tutta la vita steso su di un divano, in vestaglia e pantofole a disegnare il suo progetto utopistico di trasformazione della società russa. Le persone che lo circondano gli vogliono bene, lo ammirano per i suoi ideali nobilissimi; Oblomov trova sempre una donna-mamma che gli consente di vivere la sua esistenza da fanciullo innocente, mentre le entrate delle sue proprietà gli permettono di vivere di rendita. Questo è Oblomov, l’indolenza del quale Magris addita come valore positivo contro l’attivismo volgare e mercantile della nostra società.
Se l’Oblomov descritto da Goncharov è un costretto all’utopia dallo stallo in cui versava la società russa dell’Ottocento, gli “Oblomov” di oggi sono invece i reduci del Sessantotto, l’ultimo grande movimento utopistico di massa che l’Italia ha conosciuto. Essi rappresentano un “tipo ideale” di ex-sessantottino, quello il cui motto è “Noi ci abbiamo creduto!”.
Sì, ci hanno creduto, hanno davvero prestato fede alle parole di Marx: “Nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera al levare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia” (L’ideologia tedesca).
Hanno creduto che il Sessantotto annunciasse l’estinzione dello stato, la fine della divisione del lavoro, della proprietà esclusiva. Che le “comuni” degli anni settanta (e i Centri sociali degli anni successivi) segnassero davvero l’inizio della società comunista in cui l’egoismo umano, fonte di ogni male, sarà finalmente superato. Scrive Lenin in Stato e rivoluzione: “Lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio: ‘ognuno contribuisce secondo le sue capacità; ognuno riceve secondo i suoi bisogni’, cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch'essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità. Allora, l'angusto orizzonte giuridico borghese, che costringe a calcolare con la durezza di uno Shylock: - non avrò per caso lavorato mezz'ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro? -, questo ristretto orizzonte sarà sorpassato”.
Ci hanno creduto, i sessantottini. Ma, dato che il lavoro promesso da Marx e Lenin non si è mai realizzato, quando hanno potuto hanno fatto come Oblomov: si sono rifugiati nell’accidia esistenziale, nel “non lavoro” assistito. T.P. è uno di questi. 
Negli anni Settanta era capace di infiammare migliaia di dipendenti di una fabbrica bolognese, di provocarne la chiusura per giorni interi; oggi, incapace di un lavoro serio, vive di rendita delle azioni che gli ha lasciato il padre; dopo essersi sposato e separato con una prima donna, vive in casa con due donne-amanti-madri. Incerto tra le due donne, è altresì incapace di pensare a se stesso come a un padre. Come molti altri ex-sessantottini non ha figli. La sua è un’esistenza “bloccata” dal punto di vista degli affetti e del lavoro. È malato di “angelismo”: attendeva il lavoro gioioso promesso da Marx, mentre quello che è arrivato è un lavoro “normale”, che ha la sua parte di fatica, di limite. No, molto meglio stendersi sul divano e sognare la trasformazione radicale della società. Come Oblomov.



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