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Il Sessantotto reazionario bloccò una società in crescita

di ghinetto (08/03/2008 - 11:56)

Il Sessantotto reazionario bloccò una società in crescita
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 28.II.2008


Nel suo ultimo libro, “La politica dopo l’Illuminismo” edito dall’editore Rubbettino, il filosofo tedesco Hermann Lübbe dedica un importante capitolo al Sessantotto in Germania. Tra le altre cose, egli osserva che, “la protesta studentesca non sorse in seguito alla pressione esercitata dalla stagnazione, ma essa scaturì piuttosto in una fase in cui la situazione si stava evolvendo”. Seguendo una legge ben nota ai politologi e ai sociologi, il Sessantotto non avrebbe innovato una società bloccata, ma, al contrario, avrebbe bloccato una società in via di trasformazione. Secondo il filosofo, il rifiuto dell’ipocrisia sociale, la contestazione di una società ingessata nelle sue convenzioni non sarebbero cominciati nel 1968, ma assai prima. E quella grande violenza che fu il Sessantotto avrebbe impedito il naturale sviluppo delle riforme. Saremmo qui di fronte a qualcosa di analogo a quanto avvenne nella Russia dell’Ottocento, dove chi venne assassinato fu lo “Zar liberatore” Alessandro II (“liberatore” dei servi della gleba, evidentemente), e non il suo retrivo predecessore Nicola I; dove, ancora, l’opposizione si radicalizzò fino a fare del terrorismo una pratica quotidiana man mano che la società veniva liberalizzata e non per contrastare un governo sempre più autoritario!
Molti testi di storia - tra gli altri anche la “Storia critica della Repubblica” dell’insospettabile Enzo Santarelli, tra i primi ad aderire a Rifondazione Comunista – documentano che, negli anni Sessanta, la società italiana intraprese la strada di una lunga serie di riforme e che la “rivoluzione” del Sessantotto interruppe quel processo piuttosto che dargli compimento. Giampiero Mughini – ma di questo scriveremo la settimana prossima - sostiene addirittura che il Sessantotto avrebbe interrotto un’epoca di creatività da collocarsi nei primi anni Sessanta.
Se così fosse, evidentemente, cadrebbe uno dei principali miti del Sessantotto, la sua carica rivoluzionaria. Anzi, al contrario, il Sessantotto si rivelerebbe come un movimento reazionario!
Un interessante banco di prova è senz’altro la storia dell’università italiana, anche perché gli


Atenei furono tra i luoghi più caldi della contestazione sessantottina. La tesi che spesso si sente ripetere acriticamente è che nel 1968 l’università italiana si trasformò in università di massa e che questo implicò la famosa “liberalizzazione degli accessi”. In altre parole, la possibilità di iscriversi a qualunque facoltà provenendo da qualunque scuola superiore viene spesso indicata come una delle “conquiste” del Movimento Studentesco, conquista di libertà, che segna il superamento delle insopportabili rigidità precedenti. Se prima del ‘68 ci si poteva iscrivere a Legge solo avendo frequentato il Liceo Classico (orrore!), da allora gli studenti sono liberi di iscriversi a Legge pur avendo in tasca il diploma dell’Istituto d’arte, o dell’Alberghiero e così via.
Non mi soffermo qui sull’esito di questa presunta libertà. Non esamino qui cioè se quella soluzione, oggi criticata praticamente da tutti, abbia dato davvero un esito di libertà. Sarebbe davvero troppo facile prendere le statistiche sui laureati in Legge che provengono dall’Istituto d’Arte e dall’Alberghiero e dimostrare che non ogni scuola prepara realmente ad ogni facoltà universitaria. E che per un laureato in Legge che proviene dall’Alberghiero ce ne sono decine e decine che falliscono. Anche le altre università europee negli anni Sessanta si trovarono davanti allo stesso problema, cioè ad un aumento di iscrizioni all’università: lo risolsero con una liberalizzazione mirata, non selvaggia e demagogica come fecero i governi di Centro Sinistra italiani. Il risultato è che da 10 anni l’università italiana cerca di recuperare attraverso una serie di riforme il terreno perso proprio grazie a quella liberalizzazione selvaggia. I ministri si erano infatti accorti che libero accesso non significa necessariamente garanzia di laurearsi (anzi: è vero il contrario!).
                                Ora, le statistiche sull’università italiana dicono questo.
1961/62: iscritti 288 mila; 1969/70: iscritti 617 mila; 1971/72: iscritti 760 mila. È evidente che il “grande salto” delle iscrizioni avvenne PRIMA della Legge 910 del dicembre 1969, la legge cioè che liberalizzò completamente gli accessi all’università. Il raddoppio degli studenti universitari avvenne grazie alle parziali e mirate liberalizzazioni degli accessi dei primi anni Sessanta (in particolare del 1961), che consentirono ai diplomati degli Istituti Tecnici di iscriversi a DETERMINATE facoltà. Quelle liberalizzazioni parziali erano il frutto di un grande dibattito sulla scuola e sull’università in cui furono impegnati i due rami del Parlamento e in cui si discussero temi che ancor oggi non sono stati risolti (o sono stati risolti malamente): la laurea abilitante all’insegnamento, i dipartimenti universitari dedicati alla ricerca, la democratizzazione delle strutture universitarie.
Quel grande dibattito si interruppe bruscamente per due motivi: 1. l’instabilità dei governi che caddero a ripetizione senza giungere ad una legge di riforma organica dell’università; 2. il Sessantotto, che bloccò con una “rivoluzione” demagogica e falsamente libertaria una riforma sensata e meditata. Il Sessantotto fu anche questo: una rivoluzione reazionaria.

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