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Sessantotto. Lavorare come in paradiso

di ghinetto (30/01/2008 - 07:41)

Reduci del Sessantotto
Stesi sul divano ad aspettare la Rivoluzione
"La Voce di Romagna", 24.I.2008

Scrive Claudio Magris in Utopia e disincanto: “In un mondo che sempre più chiama a fare, produrre, parlare, scrivere, commentare, partecipare, intraprendere – in una mobilitazione generale sempre più coatta, in cui sembra spesso di non sapere quando si vive, l’indolenza di Oblomov può essere un’estrema difesa della libertà”.
Oblomov, il protagonista dell’omonimo romanzo dello scrittore russo Ivan Goncharov, è un nobile paralizzato da una malattia della volontà, qualcosa di simile a ciò che la morale classica ha definito “accidia”. Vuole trasformare il mondo, non si accontenta di riforme limitate ma possibili; no, lui vuole una trasformazione radicale. E passa tutta la vita steso su di un divano, in vestaglia e pantofole a disegnare il suo progetto utopistico di trasformazione della società russa. Le persone che lo circondano gli vogliono bene, lo ammirano per i suoi ideali nobilissimi; Oblomov trova sempre una donna-mamma che gli consente di vivere la sua esistenza da fanciullo innocente, mentre le entrate delle sue proprietà gli permettono di vivere di rendita. Questo è Oblomov, l’indolenza del quale Magris addita come valore positivo contro l’attivismo volgare e mercantile della nostra società.
Se l’Oblomov descritto da Goncharov è un costretto all’utopia dallo stallo in cui versava la società russa dell’Ottocento, gli “Oblomov” di oggi sono invece i reduci del Sessantotto, l’ultimo grande movimento utopistico di massa che l’Italia ha conosciuto. Essi rappresentano un “tipo ideale” di ex-sessantottino, quello il cui motto è “Noi ci abbiamo creduto!”.
Sì, ci hanno creduto, hanno davvero prestato fede alle parole di Marx: “Nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera al levare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia” (L’ideologia tedesca).
Hanno creduto che il Sessantotto annunciasse l’estinzione dello stato, la fine della divisione del lavoro, della proprietà esclusiva. Che le “comuni” degli anni settanta (e i Centri sociali degli anni successivi) segnassero davvero l’inizio della società comunista in cui l’egoismo umano, fonte di ogni male, sarà finalmente superato. Scrive Lenin in Stato e rivoluzione: “Lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio: ‘ognuno contribuisce secondo le sue capacità; ognuno riceve secondo i suoi bisogni’, cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch'essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità. Allora, l'angusto orizzonte giuridico borghese, che costringe a calcolare con la durezza di uno Shylock: - non avrò per caso lavorato mezz'ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro? -, questo ristretto orizzonte sarà sorpassato”.
Ci hanno creduto, i sessantottini. Ma, dato che il lavoro promesso da Marx e Lenin non si è mai realizzato, quando hanno potuto hanno fatto come Oblomov: si sono rifugiati nell’accidia esistenziale, nel “non lavoro” assistito. T.P. è uno di questi.
Negli anni Settanta era capace di infiammare migliaia di dipendenti di una fabbrica bolognese, di provocarne la chiusura per giorni interi; oggi, incapace di un lavoro serio, vive di rendita delle azioni che gli ha lasciato il padre; dopo essersi sposato e separato con una prima donna, vive in casa con due donne-amanti-madri. Incerto tra le due donne, è altresì incapace di pensare a se stesso come a un padre. Come molti altri ex-sessantottini non ha figli. La sua è un’esistenza “bloccata” dal punto di vista degli affetti e del lavoro. È malato di “angelismo”: attendeva il lavoro gioioso promesso da Marx, mentre quello che è arrivato è un lavoro “normale”, che ha la sua parte di fatica, di limite. No, molto meglio stendersi sul divano e sognare la trasformazione radicale della società. Come Oblomov.

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