La moglie-amica
di Giuseppe Ghini
Nel suo libro Le crisi dell’amore, Ugo Borghello ha svolto un’analisi dettagliata dell’egoismo narcisistico che mina il rapporto uomo-donna nel mondo contemporaneo. Si tratta di un egoismo che va ad impiantarsi sul “rapporto significativo” dell’essere umano, quello su cui egli gioca la sua fede o la sua idolatria. Questo rapporto significativo rivolto ad un essere che non sia Dio trasforma l’uomo e la donna in idolatri dipendenti da un consenso esistenziale radicale. La donna contemporanea, la “seconda donna”, nota Borghello, ha l’obbligo, imposto dalla cultura femminile attuale, di non subire più alcuna sottomissione da parte dell’uomo. È lei, ora, che lascia il marito, il fidanzato; è lei che decide quando l’amore “non funziona”. Non solo: «perdendo l’integrità fisica si trova in possesso di un’arma potentissima: il suo corpo, per avere un uomo quando vuole» (Le crisi dell’amore, Milano, Ares, 2000, p. 73).
La sua apparente forza e sicurezza nascondono però una nuova fragilità. «La persona che si dimentica di Dio – scrive Cormak Burke – avrà la tendenza a “deificare” l’amore umano e, così facendo, avvierà al fallimento quell’unione. Se si spera troppo dall’amore e dal matrimonio, necessariamente si rimarrà delusi. Tanti divorzi dei nostri giorni si possono spiegare così» (La felicità coniugale, Milano, Ares, 1990, p.13). La femminista più arrabbiata che vuole prescindere dagli altri e dalla natura, come pure la giovane romantica che spera tutto da un rapporto d’amore spesso adolescenziale, non hanno eliminato l’esigenza di quel rapporto significativo di cui parla Borghello; hanno solo spostato il centro da cui ricevere il consenso esistenziale.
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Né la prima donna fotografata da Solov’ev e da Boylan, né la seconda donna descritta dalla Burggraf e da Borghello, salvo rarissime eccezioni, potevano aspirare ad un’amicizia con il marito. Perché l’amicizia è dono di sé, ed è solo da sé che si può esigere questo dono. Il sospetto e la sfiducia che inquinano il rapporto uomo donna nel mondo contemporaneo impediscono il dono di sé, il salto nel buio, il libero affidarsi e fidarsi tipico degli amici. «Se la radice della falsità dell’esistenza – scrive ancora Solov’ev – sta nell’impenetrabilità cioè nell’escludersi vicendevole degli esseri, la vera vita consiste nel vivere nell’altro come in se stessi, o nel trovare nell’altro un complemento positivo e assoluto del proprio essere. L’amore […] coniugale resta e resterà sempre il fondamento e l’archetipo di questa vera vita» (Solov'ev, op. cit., p. 104. In realtà il filosofo russo, per i motivi sopra esposti, scrive «l’amore sessuale o coniugale resta ecc.»).
Naturalmente, trattandosi di scrittori spirituali, ma non per questo meno esperti di cose dell’uomo, anzi!, sia Solov’ev, sia Borghello si dilungano in consigli anche pratici su come “vincere l’egoismo e vivere felici, veramente felici”. Per questo rimandiamo direttamente ai loro scritti, ricordando che entrambi indicano nel sostegno della fede, della comunità ecclesiale e in un certo eroismo morale la via di possibile soluzione alle inevitabili crisi dell’amore. Entrambi, inoltre, mettono in relazione i due fenomeni sociali che abbiamo ricordato in apertura, la castità e l’amor d’amicizia tra i coniugi. Così scrive il concettoso Solov’ev: «Non appena si inizia a trasportare la sfera vitale dell’unione amorosa nella realtà materiale, di cui pure fa parte, subito incomincia a deformarsi a sua immagine anche lo stesso ordine secondo cui si realizza questa unione. Il suo fondamento mistico e “ultraterreno”, che era parso così chiaramente visibile nella passione iniziale, viene dimenticato come un’esaltazione passeggera e quella che dovrebbe essere soltanto la sua ultima e ben giustificata manifestazione viene considerata come la cosa più desiderabile, come lo scopo essenziale e insieme la condizione prima dell’amore. Questa unione fisica, che dovrebbe essere l’ultima e che invece è stata messa al posto della prima ed è stata in tal modo privata del suo significato umano e ridotta a quello animale, non solo rende l’amore impotente di fronte alla morte, ma diventa essa stessa inevitabilmente la tomba morale dell’amore molto prima che la tomba reale inghiotta i corpi degli amanti nella loro fisicità» (Solov’ev, op. cit., p. 97).
E Borghello: «Nella prospettiva matrimoniale, se la ragazza si muove in una realtà significativa forte, può giustamente emanciparsi dalla sua paura di non aver un uomo non con l’uso spregiudicato del corpo, ma con vera libertà e personalità. […] Oggi, inoltre, il farsi rispettare fisicamente (anche per il ragazzo!) è l’unica vera prova che c’è un amore forte, con stabilità futura: se un ragazzo rimane con la ragazza nella purezza, vuol dire che vi ha trovato realmente qualcosa d’altro molto importante» (Borghello, op. cit., p. 86).
Già, trovare nella moglie e nel marito qualcosa di molto importante che oltrepassa, pur
assorbendola, anche la sfera corporea, la dimensione del piacere. È questo, in definitiva, che anche Aristotele dice dell’amicizia nell’ottavo libro dell’Etica Nicomachea. Anch’egli afferma che solo l’uomo che è capace di amare se stesso è capace di amare gli altri, perché amare se stessi significa coltivare in se stessi ciò che vi è di migliore e di perfetto. Enumera poi i diversi tipi di amicizia possibili, dipendenti dagli oggetti degni di essere amati: il bene, il piacevole e l’utile. La vera amicizia, conclude, non è né l’amicizia di piacere, né l’amicizia d’interesse, ma quella in cui l’amico è amato per se stesso. Questa amicizia, soggiunge Aristotele con grande realismo, non esclude ma anzi include le altre.
Ecco perché la moglie amica comprende e non esclude la moglie-amante, la moglie il cui riso ci dà piacere, le cui canzoni sono la nostra gioia, i cui racconti ci fanno ridere, di notte, nell’intimità del letto matrimoniale. Ecco perché “la vita più bella è quella di coniugi che sono amici, amici tra loro, con i loro figli, con i parenti» (Borghello, op. cit., p. 161).
La moglie americana
di Giuseppe Ghini
Tra i fenomeni della società americana contemporanea due risultano particolarmente incomprensibili alla mentalità italiana d’oggi: l’esplosione delle associazioni che propugnano la castità prematrimoniale e la percezione della moglie come migliore amica del marito. Se la prima è testimoniata da centinaia di organizzazioni e da manifestazioni pubbliche dalla sobrietà tipicamente statunitense, della seconda è un esempio eclatante il successo editoriale di libri come How to be your wife’s best friend (Come essere il migliore amico di tua moglie) di Dan Bolin e John Trent. Alcuni psicologi riconducono quest’ultimo fenomeno alla competitività e alla mobilità tipici della società statunitense: se i continui spostamenti e la concorrenza professionale rendono sempre più difficile farsi degli amici, la moglie diventa anche l’amico più intimo e sincero. Tuttavia sembra esserci sotto qualcosa di più, qualcosa che, forse, lega i due fenomeni sociali.
Per molti Italiani la “moglie come migliore amico del marito” è un controsenso: la moglie è la moglie, pensano, gli amici sono un’altra cosa. Anzi, nella mentalità vetero-romagnola, la moglie è proprio al capo opposto rispetto agli amici: gli amici sono quelli con cui si va a vedere la partita, con cui si fa tardi, con cui ci si vanta di cose da uomini. La moglie è quella contro cui occorre lottare per andare con gli amici a vedere la partita, è quella che vuole andare a vedere le vetrine a Milano Marittima quando c’è la finale di Wimbledon, è quella che dice di rincasare presto, è quella a cui si nascondono vanterie e bravate da uomini.
Già, è vero. Ma è vero anche che la “terza donna”, la moglie non sottomessa né ribelle, non tradizionalista né femminista forse è attesa proprio da questo futuro: diventare amica di suo marito!
Così Eugene Boylan scriveva nel 1955, riferendosi evidentemente alla “prima donna”. «Vi sono mariti che considerano le loro mogli come massaie o segretarie, come un ornamento della loro casa e un ospite alla loro tavola, una conquista sociale, un semplice strumento di piacere e di soddisfazione, insomma tutto fuorché quello che una moglie è veramente: un altro io migliore, una compagna nella vita […]. Quanti pochi uomini comprendono che le proprie mogli sono i loro migliori amici […] Essi lavorano per la propria “promozione”, hanno una loro “carriera” e ritengono che tutto il resto debba venir subordinato ad essa» (Questo tremendo amore, Milano, Ares, 1994, p. 314). Boylan fotografa il fenomeno 50 anni or sono. La moglie-massaia o segretaria, la moglie strumento di piacere viene mantenuta dal marito in uno stato di inferiorità, quasi di minorità. Nel rapporto “verticale” che si instaura, non le è consentito di raggiungere il livello del coniuge, o, quanto meno, non le viene riconosciuta la possibilità di guardarlo faccia a faccia, alla stessa altezza. È costretta, per così dire, a guardarlo dal basso verso l’alto. Per questo il marito “non comprende che sua moglie è la sua migliore amica”. A questo rapporto manca un requisito fondamentale dell’amicizia, la parità. Il loro camminare è zoppo, non potrà mai essere quel “pariter ambulare” (camminare alla pari) con cui sant’Agostino descrive il percorso dei coniugi (De bono coniugali, 1).
La moglie-massaia, se ancora esiste da qualche parte, è sottomessa, costretta a darsi al marito; al massimo, se il marito è gentile, può essere oggetto di gentilezze, di atteggiamenti cavallereschi. Non le viene riconosciuto invece un secondo requisito fondamentale su cui riposa l’amor d’amicizia, la libertà. Perché il rapporto d’amicizia non ammette costrizioni, richiede sempre il rischio assoluto della libertà dell’altro, della volontà di un altro io.



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