Sessantotto/ Perversioni per allargare la coscienza
Perversioni per allargare la coscienza
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 21.II.2008
Tra le interviste pubblicate dalla giornalista Emina Cevro Vukovic sotto il titolo “Vivere a sinistra. Vita quotidiana e impegno politico nell’Italia degli anni ‘70”, ce n’è una particolarmente rivelatrice del ribaltamento di valori del Sessantotto. È l’intervista ad un attivista del FUORI, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, la prima organizzazione gay italiana. Orfeo – questo è il suo nome – parla della scoperta della sua nuova identità sessuale.
“Nel momento in cui ho preso coscienza della mia omosessualità mi sono reso conto che delle mie identificazioni veramente non mi importava niente, che erano false identificazioni. [Questo] ha significato l’allargamento della mia coscienza anche a tutta una serie di altri ambiti. Mi drogo, faccio tutta una serie di cose che prima, quando mi identificavo con il cittadino, con il compagno perfetto non facevo. Mi sono messo a fare ciò che mi interessava veramente fare. Agire la mia
omosessualità, le mie contraddizioni e comprendere, anche se al momento non le agisco, tutte le altre forme di maggiore emarginazione: necrofili, coprofaghi, zoofili, travestiti, drogati, ecc.”.
Quando sentiamo parlare di un Sessantotto “buono”, quando sentiamo discorsi sui Sessantottini come “bravi ragazzi politicamente un po’ esuberanti”, è bene andarsi a rileggere interviste come questa. La “necrofilia”, stando al Dizionario del prof. Tullio De Mauro, è una “perversione sessuale consistente nel provare attrazione per i cadaveri”, la “zoofilia” – in questa accezione – è una “perversione sessuale per cui si prova attrazione per gli animali”, mentre la “coprofagia” è l’ “impulso a ingerire escrementi, osservabile in persone con gravi malattie mentali”.
Tullio De Mauro, si noti, non è un polveroso barone universitario, conservatore e reazionario. 
No, De Mauro è uno di quei professori che nel 1971 si autodenunciò con tanti altri intellettuali, politici, sindacalisti, registi e giornalisti italiani per solidarietà con il giornale “Lotta Continua” indagato per istigazione a delinquere. De Mauro, cioè, è uno di quelli che scrisse al Procuratore della Repubblica di Torino: “Testimoniamo che, quando i cittadini da lei imputati affermano che in questa società ‘l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe’, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono ‘se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato’, lo diciamo con loro. Quando essi gridano ‘lotta di classe, amiamo le masse’, lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a ‘combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento’, ci impegniamo con loro”.
Pur con tutta la solidarietà dell’aspirante terrorista, il linguista Tullio De Mauro non può nascondere che la necrofilia e la zoofilia sono perversioni sessuali e il mangiare merda è proprio di persone con gravi malattie mentali (di alcune; altre preferiscono i bignè). Che non tutti i modi di “allargare la propria coscienza” sono degni dell’uomo.
E noi non possiamo nasconderci che la perdita di un qualunque orientamento morale, l’equiparazione di ogni “allargamento della coscienza” conduce proprio a questo: al povero Orfeo che osserva un compagno che se la fa con morti e bestie e un altro che si mangia la merda e non può ribellarsi, non gli può dire: “No, non è così che si deve vivere”. La dittatura del relativismo cominciò allora: era il 1968.
De Rossi 5 Relativismo 0
De Rossi 5 Relativismo 0
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 24.3.2006
Molti commenti hanno fatto seguito al gesto di Daniele De Rossi, il centrocampista della Roma che, domenica scorsa, ha confessato all’arbitro di aver segnato un goal di mano, consentendogli di annullare giustamente la realizzazione. Come a volte accade, però, i commenti si sono mantenuti a un livello superficiale, sfiorando solo tangenzialmente il significato profondo dell’episodio. 
Anzitutto la scena: De Rossi fa goal, allungando istintivamente il braccio e poi, mentre i compagni di squadra gli fanno i complimenti, lui non esulta. I commentatori si sono limitati a notare la mancata esultanza come una prova della colpevolezza del giocatore. Vero, ma c’è dell’altro. Se l’avete osservato bene, De Rossi non solo non esultava, ma cercava di sfuggire ai complimenti e all’abbraccio dei compagni. Di più: invece di essere felice, De Rossi sembrava “triste”. Anche se oggi facciamo fatica a riconoscerlo, quella faccia e quell’espressione possiedono un nome nella dottrina morale: da Aristotele a san Tommaso, passando per Cicerone e sant’Agostino, i grandi filosofi morali dell’Occidente l’hanno chiamata “tristezza spirituale”. Si tratta di quella tristezza lecita e salutare che ha per oggetto un nostro comportamento sbagliato. Il nostro agire non è moralmente indifferente, come ben sappiamo, e una persona dotata di una coscienza normale ha di norma una reazione morale. La “tristezza spirituale” di De Rossi era appunto la sua reazione morale a quanto aveva appena compiuto (anche se si trattava di azione non completamente volontaria).
La manciata di secondi passati tra il goal e la ripresa del gioco hanno costituito il circoscritto ma importante banco di prova di De Rossi. Il giocatore corricchiava e intanto pensava. Intorno a lui, come si è saputo dopo, alcuni compagni di squadra già gli suggerivano di non ammettere l’irregolarità, di “fare il furbo”, di fare il Maradona della situazione. De Rossi aveva solo quel tempo limitato per decidere. Se non avesse ammesso la scorrettezza in quella manciata di secondi, avrebbe perso l’occasione di far prevalere la reazione morale. De Rossi ha deciso per il meglio, com’è noto, e non importa che poi alcuni commentatori abbiano insinuato sospetti nella sua scelta o l’abbiano minimizzata, per malizia o per invidia o per chissà quale altro motivo. C’è stato infatti chi ha suggerito che forse, se la Roma non fosse stata in vantaggio, De Rossi avrebbe deciso diversamente, che in definitiva non c’era in palio un Campionato del Mondo, che quella era la cosa più conveniente da fare, ecc. ecc. Come sempre accade, invece, la decisione morale ci prova “hic et nunc”: “qui e ora” ci tocca decidere, basandoci in fin dei conti solo su noi stessi, senza dar troppo ascolto a consiglieri dalle dubbie intenzioni e senza tener conto di coloro che, dopo, hanno sempre la soluzione in tasca.
Ma c’è un altra considerazione ancora più importante che deriva dal “caso De Rossi”. Perché, ci chiediamo, nessuno l’ha condannato? Perché nessuno ha detto che ha fatto la cosa sbagliata? Perché tutti, ma proprio tutti ascoltiamo storcendo il naso l’autogiustificazione di Maradona, pronto a difendere una sua analoga scorrettezza e soprattutto la sua mancata ammissione davanti all’arbitro e agli avversari?
Perché invece tutti, a cominciare dall’arbitro, abbiamo mentalmente ringraziato De Rossi?
Il perché è semplice. Perché non è vero che i valori sono relativi, che i comportamenti si equivalgono, che ammettere la propria colpa o non ammetterla sono comportamenti umanamente equiparabili. No, non è affatto vero. De Rossi ha agito bene. Maradona ha agito male. E chi dice che sono comportamenti equivalenti, che in definitiva tutto dipende dal sistema di valori che uno è libero di sostenere, dice una menzogna. L’unanime approvazione del comportamento di De Rossi dimostra che il relativismo è un’ideologia, una distorsione della realtà. Che per essere veramente uomo De Rossi non poteva scegliere come voleva; doveva scegliere proprio come ha scelto. E che così facendo ha realizzato se stesso anche rischiando di perdere la partita. Ha scelto di essere più uomo anche a rischio di essere un giocatore perdente (per lo meno in quella partita). E tutti noi ci saremmo sentiti meno uomini se De Rossi avesse fatto una scelta alla Maradona.



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