Andiamo verso una scuola di donne per donne?
Andiamo verso una scuola di donne per donne?
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 7.XII.2007
Ho un ricordo vivido di certe mattine al liceo: la professoressa che leggeva il brano di un poeta, un delicato lirico greco oppure Catullo, e poi chiedeva, quasi implorava da noi una reazione sentita, partecipata. Cercava in noi studenti un segno che quella poesia aveva toccato le corde più intime della nostra persona, ci aveva detto qualcosa di importante. Era una specie di “lezione empatica”, la ricerca di una comunione di anime sensibili (e lo dico in tutta serietà, senza nessuna ironia).
Ricordo anche la nostra reazione, intendo di noi studenti maschi: una specie di impossibilità di manifestare quello che sentivamo davvero. Perché sì, dentro di noi la poesia dei lirici greci aveva fatto breccia, eppure una sorta di pudore ci impediva nel modo più assoluto di esprimere quel sentimento in parole, e ancor meno di metterlo per iscritto su una pagina, di farne oggetto di un tema. Si creava pertanto un muro di incomprensione: la professoressa usciva dalle lezioni scoraggiata, non più certa della universalità del messaggio della lirica greca e di Catullo; noi uscivamo liberati dall’incubo del “dover esprimere i nostri sentimenti”, ma col dubbio che la professoressa avesse capito che, sotto l’apparenza scostante, anche noi provavamo ciò che lei descriveva con tanta partecipazione. Spesso, era una nostra compagna di classe che risolveva la situazione rispondendo alle sollecitazioni della professoressa di greco e dando espressione ai sentimenti. Noi, intendo sempre noi studenti maschi, stavamo a sentire, a volte prendevamo perfino in giro la compagna di classe che aveva avuto l’ardire di esprimere i suoi sentimenti.
* * *
Capisco solo ora il malinteso tra la sensibile professoressa di greco e noi studenti maschi. Lo capisco leggendo un pezzo di Michael Gilbert sulle scuole “single sex”.

All’origine di questa situazione, stando a Gilbert, c’è anche la scuola mista (in inglese si chiama “co-ed”, cioè coeducational) a cui il sistema americano ha dato la sua larghissima preferenza a partire dagli anni Settanta. Perché? Perché la scuola mista è fatta per la maggior di professoresse donne, le quali privilegiano “naturalmente” le abilità proprie delle ragazze: “a questa età le studentesse leggono più velocemente – scrive il giornalista - controllano meglio le loro emozioni e il loro corpo, trovano congeniale l’attuale enfasi sullo studio di gruppo e sull’espressione dei sentimenti. I ragazzi preferiscono i processi visivi, l’azione fisica, la competizione, fanno fatica a stare seduti in un banco per 5 ore”. Poco a poco, insensibilmente, la scuola americana si è modellata sulle studentesse femmine, ha assunto come “studente standard” la studentessa femmina più calma a matura e ha giudicato come “fuori norma” il comportamento più “fisico” e gli atteggiamenti più riservati degli studenti maschi. L’allarme non è soltanto di Gilbert, giornalista che scrive sul “Christian monitor”, ma è tanto generalizzato che Hillary Clinton ne ha fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale.

Riassumo l’articolo di Gilbert a una professoressa di lettere di un liceo italiano. E quando arrivo all’incapacità/impossibilità dei maschi adolescenti di dare espressione ai loro sentimenti, la professoressa esplode: “Esatto, quei deficienti! Stanno lì muti e sordi, come dei tronchi di legno”. Perfetto. Come controprova, non c’è male.
Non è che stiamo creando anche noi, in Italia, una scuola di donne per donne? E se fino ad ora questo può comportare al massimo un brutto voto, soprattutto nel tema di italiano, la cui valutazione è spesso tanto decisiva, quanto arbitraria, cosa succederà quando, secondo gli auspici del Ministro Mussi, il voto della maturità sarà fondamentale per l’ammissione all’Università? Avremo anche noi studenti maschi penalizzati perché non vogliono e non possono esprimere i loro sentimenti di adolescenti nei temi di italiano e nell’interrogazione su Catullo?



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