Vivere senza menzogna. La lezione di Solzhenitsyn
Vivere senza menzogna. La lezione di Solzhenitsyn
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 8 agosto 2008
Trent’anni fa, nell’estate del 1978, dopo due anni improbabili passati nei laboratori della Facoltà di “Chimica pura” – così si chiama a Bologna, per distinguerla da “Chimica industriale” – decisi di iscrivermi a “Russo”, cioè a Lingua e letteratura russa. Da allora, con costanza implacabile, la
gente mi chiede: “Ma perché proprio ‘Russo’?”. (Talvolta, per la verità, mi imbatto in qualche genio che ambisce a dimostrare tutta la sua acutezza: “Ah, ‘Russo’, un romagnolo che studia ‘Russo’. Ho capito!”. “Ma, veramente, non so se hai indovinato. – è la mia replica. – Io mi sono iscritto a ‘Russo’ per Dostoevskij e Solzhenitsyn”).
Ecco, l’ho detto: ho studiato russo soprattutto per la grande letteratura, per Dostoevskij e Solzhenicyn. È ben vero che in trent’anni i miei interessi si sono allargati, che Pushkin, Gogol’, Turgenev, Tolstoj, Bulgakov, Pasternak, Grossman, Shalamov e tanti altri sono entrati nel mio personale pantheon letterario. Però l’inizio fu quello. Chi, in quella estate di crisi di trent’anni fa, mi convinse a “buttare” due anni di Chimica e a rischiare il mio futuro sul Russo furono soprattutto loro, Dostoevskij e Solzhenitsyn.
E quando tre giorni fa il grande dissidente russo è morto e alcuni giornali mi hanno chiesto di scrivere un articolo su di lui, per me si è trattato di cominciare ad onorare un debito. Di dare il mio piccolo contributo alla conoscenza di Solzhenitsyn in Italia.
La letteratura russa, di cui conoscevo appena qualcosa, era per me una letteratura dall’inconfondibile statura morale, erano scrittori che avevano sfidato un regime dispotico (quello zarista) e che ora sfidavano la dittatura comunista, che andavano in galera, al confino, nel terribile Gulag. In Italia la letteratura era il fatuo e amorale Moravia, il fazioso Dario Fo, il commerciale Umberto Eco, l’incomprensibile Sanguineti, il Premio Campiello era dominato da nomi indimenticabili come Gaetano Tumiati e Saverio Strati… In Russia la letteratura era Solzhenitsyn, Brodskij, Sinjavskij, Shalamov, Grossman, tutta gente che aveva pagato con l’esilio, il confino, il Gulag, la pubblicazione delle proprie opere.
E io sentivo che questi uomini veri, che questi scrittori “morali” avevano qualcosa di grande da dirmi, rappresentavano qualcosa per cui valeva la pena spendere la vita. Li sentivo miei fratelli, dall’altra parte del Muro di Berlino. Per questa sorta di fratellanza spirituale ero ansioso di leggere i loro libri, di studiare il russo per attingere anche a quello che gli editori italiani colpevolmente non traducevano, o che pubblicavano in pochissime copie (come i volumi II e III dell’Arcipelago Gulag). Per questa stessa fratellanza, mi sforzavo di vivere all’insegna della sobrietà, di rifiutare il consumismo che Solzhenicyn aveva denunciato dalla cattedra del Premio Nobel.
Intorno, mi accorgevo, nessuno apprezzava il grido di libertà che proveniva dai dissidenti russi. L’egemonia culturale comunista, come ha notato perfino Occhetto, era troppo pervasiva, troppo totalizzante. Solzhenitsyn era un pugno nello stomaco che gli Eurocomunisti non riuscivano ad assorbire, l’Arcipelago Gulag un lutto che non potevano elaborare. Più vicino a me, nell’ambito degli studi di slavistica, il suo nome era praticamente tabù: mai pronunciarlo davanti alle lettrici madrelingua russe, mai ricordarlo agli ampi settori filosovietici della Slavistica italiana, mai inserirlo nella tesi…
E invece per me e per gli altri studenti non conformisti, per chi aveva il coraggio di rispondere al suo appello di “vivere senza menzogna”, Solzhenitsyn splendeva come un faro. Niente è cambiato in questi giorni, in occasione della sua morte: a sinistra un silenzio di tomba, tanti distinguo, la medesima intervista a Glucksmann (ma giornalisticamente, che il Corriere e Repubblica pubblichino la stessa intervista non è un topica marchiana?), l’ipocrisia del “Ma si era avvicinato a Putin!”, la sentenza di morte civile pronunciata dai soliti soloni: “Era un Sopravvissuto, non come Mann, Moravia, Bellow, Grass o Saramago”.
Su Libero, invece, abbiamo tradotto un’intervista inedita in cui Solzhenitsyn critica la Russia di Putin, dato la parola a lui invece che ai suoi disinformati critici, reso omaggio al suo talento di scrittore. Soprattutto, abbiamo chiarito il suo punto di vista che è morale e non politico. A differenza di quello che pensano gli stantii intellettuali di Repubblica Solzhenitsyn non s’era sbagliato come non s’era sbagliato Karol Woityla. Nessuno dei due aveva mai pensato che “le sofferenze del comunismo avrebbero condotto i popoli usciti dall' oppressione verso una più intensa vita spirituale”. Da autentici conoscitori del cuore dell’uomo e non solo delle redazioni dei giornali di sinistra, “l'uno e l'altro avevano perfettamente messo in conto che la risposta più prevedibile al crollo del comunismo sarebbe stata una corsa a perdifiato verso il benessere”. Sapevano però che “militia est vita hominis super terram”, la vita dell’uomo sulla terra è una battaglia. Fino alla fine. Fino all’ultimo respiro, alla soglia dei 90 anni.
Il lavoro dello schiavo (e quello del bancario)
Il lavoro dello schiavo (e quello del bancario)
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10.XI.2006
Treno, lunedì mattina. In una carrozza “a salone” sto leggendo un libro che devo recensire, “Non dimenticatemi” di Pavel Florenskij. Il libro è bellissimo, la ressa è scomparsa con la gente scesa a Cesena, leggo avvolto nel tepore e nel ritmo del treno: se poi non avessero inventato i cellulari e i pendolari non smaniassero di mettere in piazza la loro vita intima, sarei davvero in paradiso. “Non dimenticatemi” raccoglie le lettere che padre Pavel Florenskij inviò dal Gulag sovietico ai cinque figli, alla moglie Anna e alla madre. Condannato a 10 anni di lavori forzati dopo un processo falso e senza prove, come dimostrò la commissione che lo riabilitò nel 1958, il grande matematico, filosofo e fisico russo venne internato nel 1933 e fucilato nel 1937. Sballottato da un campo all’altro della Siberia orientale e infine nell’ancor più terribile lager delle isole Solovkì (Mar Bianco), Florenskij non rinunciò tuttavia ad applicare la sua mente straordinaria ai diversi campi dell’industria degli schiavi del gulag: dette inizio allo studio scientifico della fisica del gelo, inaugurò una fabbrica per l’estrazione dello iodio dalle alghe. Al di là delle relazioni familiari, che sono il vero centro del libro, colpisce ciò che l’epistolario sottende, e cioè la dedizione di questo genio verso un lavoro non scelto, anzi verso un lavoro “forzato”. Mentre lo stato sovietico, andando contro i suoi stessi egoistici interessi, dilapidava la ricchezza umana e intellettuale di colui che è stato definito il “Leonardo russo”, Florenskij inventava nuove ardite soluzioni tecniche ripercorrendo la storia della scienza applicata nell’isolamento frustrante del Gulag. Lo schiavo si inventò un lavoro creativo nonostante lo stato-schiavista.
Sul treno salgono due impiegati, forse bancari. “Come va?” – chiede uno. “Come vuoi che vada – risponde l’altro. – Va da lunedì”. Le occhiaie e la voce da caverna segnalano la faticosa ripresa del bancario, che certo non deve aver trascorso il week-end accanto al caminetto. Passano un paio di stazioni e i due sono già a progettare nel dettaglio il prossimo fine settimana, saltando a piè pari una settimana di lavoro come sbiadita, priva di spessore. Mi colpisce il contrasto tra il galeotto Florenskij capace di dare un significato al lavoro forzato e il bancario romagnolo che vive solo per il week-end. E penso a tutte le discussioni dei marxisti degli anni Settanta sul “lavoro alienato”: era un tema interessante, almeno come punto di partenza, com’è che non ne parla più nessuno?
Florenskij col suo lavoro creativo mi fa venire in mente altri galeotti dei campi di concentramento.
Anzitutto Solzhenitsyn, che in “Una giornata di Ivan Denisovich”, descrive un galeotto-muratore del Gulag che disubbidisce al caposquadra per finire il lavoro iniziato rischiando un ulteriore inasprimento della pena. “Calcina! Mattone! Schiacciato! Controllato! Calcina. Mattone. Calcina. Mattone... Ma non aveva detto il caposquadra di non aver riguardi per la calcina: di buttarla di là dal muro e di… filare? Ma Suchov era fatto in quel modo cretino e in nessun modo potevano fargli perdere quell'abitudine: di ogni cosa e di ogni lavoro aveva riguardo, ché non si rovinassero inutilmente. Calcina! Mattone! Calcina! Mattone! “Abbiamo finito, porco diavolo! — urlò il suo amico. – Filiamo”. Afferrò il cassone e corse sulla passerella. Ma Suchov, che provasse pure la scorta ad aizzare i cani contro di lui, si allontanò correndo indietro sullo spiazzo. Guardò. Non male. Poi si avvicinò di corsa — sopra il muro, a sinistra, a destra. Ehi, aveva un occhio ch'era una bolla! Perfetto. La mano non era invecchiata”. 
Alcuni anni più tardi, l’ex-galeotto Aleksandr Solzhenitsyn spiegò in un'intervista: “Devo dire che l'intelligencija sovietica mi ha molto rimproverato perché Ivan Denisovich, nel mio libro, lavora con piacere: come può uno schiavo provare piacere per il suo lavoro? - obiettavano. È sorprendente, ma è così; io stesso, in certi momenti, provavo soddisfazione a fare bene il mio lavoro. Ivan Denisovich, che non ha altri interessi all'infuori del lavoro, morirebbe se non vi trovasse piacere, questa è l'unica sua difesa spirituale. Quella scena fu la ragione per cui Khruscev permise la pubblicazione del romanzo: l'aveva interpretata come la glorificazione del lavoro socialista”.
Anche Viktor Frankl, psichiatra ebreo internato nel campo di Auschwitz, scoprì questo segreto inaudito. Nel momento in cui il campo di concentramento "non offre più nessuna prospettiva di realizzare dei valori (come quello del lavoro o della famiglia), creandoli o godendone, resta però la possibilità di un comportamento moralmente valido, proprio nel modo in cui un uomo si atteggia di fronte alla limitazione del suo essere imposta con violenza dall'esterno. La vita creativa e quella ricettiva gli sono negate, ma non il suo mondo interiore”.
Chi si trova nella condizione del lavoratore forzato può trovare una forma di autodifesa nell'apatia, e tale fu la psicopatologia della maggior parte degli internati, compreso Primo Levi. Oppure può resistere alla prova morale essendo, nell'intimo, più forte del destino. Per Frankl tale resistenza si espresse concretamente nel sentimento verso la moglie (sempre presente nei suoi pensieri), nel ripiegamento sul passato, attraverso il ricordo dei piccoli gesti quotidiani, ma soprattutto nella "capacità intuitiva di scoprire il significato unico e singolare nascosto in ogni situazione". È grazie a questa forza interiore che colui che è condannato al lager nazista può “riuscire a trovare in una sofferenza autentica ancora l'ultima, eppure la più alta, possibilità di significato. Bisogna far capire che la nostra vita nella misura del possibile è piena di significato e tale rimane fino alla fine".
Davvero occorre portare l’uomo al suo limite estremo per comprenderne la natura. Una natura grazie alla quale siamo capaci di dare significato al lavoro. C’è speranza anche per i bancari romagnoli.



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