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Il tabù della morte di noi moderni fifoni

di ghinetto (15/12/2007 - 09:04)

Il tabù della morte di noi moderni fifoni,
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 21.IX.2007


Quest’anno il mio corso all’Università di Urbino avrà come argomento la Morte.
(Pausa. Aspettiamo che i lettori napoletani della Voce finiscano i loro riti scaramantici e le varie “toccate” a ferro, legno e ammennicoli vari e proseguiamo). Il vantaggio di insegnare Letteratura è anche questo: posso scegliere ogni anno un argomento nuovo e studiare come lo trattano gli autori più significativi. D’altronde se, come diceva il critico americano Ralph Waldo Emerson, nei corsi di letteratura si dovrebbe studiare il meglio di ciò che è stato scritto e pensato dagli uomini, la morte è decisamente un argomento cruciale per imparare qualcosa di importante dai grandi pensatori del passato. In realtà mi è già capitato in passato di tenere singole lezioni sulla morte e la letteratura russa.
La prima volta è stato a Messina, 15 anni fa. Ricordo: era un giorno invernale un po’ nebbioso. Io entro in classe tra il nervoso e il concentrato (era il mio primo anno di insegnamento). Mi siedo e aspetto che si faccia silenzio. Poi dico: “Oggi parleremo della morte”. Gli studenti siciliani toccano rapidamente ferro e varie “fonti della vita” e della potenza.
Io riprendo: “E il fatto che voi stiate facendo scongiuri e magie di vario tipo dimostra quanto siete condizionati dalla concezione attuale della morte”. Shock. “Già. Ne siamo tutti condizionati. Nessuno di noi sa che cosa dire di vero e significativo quando, a un funerale, ci si mette in fila per fare le condoglianze a un conoscente”. Gli studenti si guardano intorno, scoprendo di avere in comune qualcosa che nemmeno si immaginavano. “Mi spiego meglio, - proseguo. – È capitato a tutti noi che fosse morto il parente stretto di un amico. Andiamo al funerale, diciamo le frasi che si devono dire. Poi incontriamo l’amico per la strada e non c’è modo di evitarlo (e in fondo noi non vogliamo evitarlo). E allora gli andiamo incontro con una faccia che vuole dire qualcosa di diverso dal solito. Gli stringiamo la mano con più forza del solito, lo guardiamo negli occhi intensamente. Ma senza nominare la parola proibita, senza parlare esplicitamente della morte. E lui sa, lui sa che quei nostri sguardi più intensi, quella nostra stretta più forte vogliono significare proprio la nostra vicinanza: siamo solidali con lui, con-dogliamo con lui. Ma senza nominare la morte”. Di nuovo gli studenti si guardano. A tutti è capitata l’esperienza che ho descritto, e tutti si rendono conto ora che della morte si può parlare. La morte non è più un tabù.
Un’altra volta ho tenuto una serie di lezioni sulla morte a Urbino, parlo di una decina di anni fa. Illustravo la concezione della morte in un testo di Turgenev, “Il diario di un uomo superfluo”. È un romanzo breve in forma epistolare: il protagonista mette per iscritto nel diario i suoi ultimi giorni, dopo una diagnosi letale che gli ha lasciato dodici giorni di vita. Spiego la concezione della morte romantica, il tentativo degli scrittori di quel tempo di sostituire la vita nell’aldilà con il ricordo nella memoria degli amici, una delle tante sostituzioni della “trascendenza” con “un’immanenza mitizzata” attuate dalla modernità anticristiana. Qualche mese dopo una studentessa sostiene l’esame, risponde bene, poi, ormai dopo
aver ricevuto il voto sul libretto universitario mi racconta una storia. Seguendo l’esempio di Turgenev, aveva cominciato a scrivere anche lei un diario, come se le fosse stata diagnosticata una malattia incurabile. E aggiunge: “Un anno fa avevo chiesto ai miei genitori di regalarmi una chitarra: niente da fare. Poi, il mese scorso, la svolta. Mi prendono delicatamente da parte, mi chiedono se voglio ancora quella chitarra, in un battibaleno me la regalano. Poi capisco: hanno trovato il mio diario, hanno paura che mi tolga la vita. Insomma, non mi hanno mai trattato così bene. E allora, non gliel’ho ancora detto che era un tentativo di immedesimarmi nel personaggio di Turgenev”. Che fare? Io l’ho rimproverata, l’ho esortata a spiegare tutto ai suoi genitori che per la contentezza avrebbero probabilmente continuato a trattarla bene.
Già, la morte. Anche quest’anno – ne sono sicuro – per i miei studenti sarà una rivelazione. Anche gli studenti di quest’anno scopriranno che vivono nel tabù della morte. Scopriranno quello che per primi hanno descritto gli studiosi francesi Ariés e Vovelle, lavorando anche su testi letterari (sulla “Morte di Ivan Il’ich” di L. Tolstoj, per esempio). E cioè, che alla morte vissuta in casa (addomesticata in senso letterale), gestita dal moribondo, consapevolmente attesa e incontrata, si è sostituita una morte paurosa, tabuizzata, gestita da tutti tranne che da chi sta per morire, una morte fuggita e negata fino all’ultimo istante. Una morte, soprattutto, a cui è stato tolto il significato di passaggio a “miglior vita” e a cui è stato così riconsegnato il malefico pungiglione.

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