Le carte che risolvono il caso Živago
Le carte che risolvono il caso Živago
di Giuseppe Ghini
"Libero", 17.4.2008
Quello che avrà luogo domani all’Università di Messina, con l’inaugurazione del “Fondo Pietro A. Zveteremich”, è senza dubbio un “evento” culturale. I pochi documenti dell’archivio di Zveteremich che in questi anni sono stati resi pubblici basterebbero a includere il fondo tra le collezioni più significative addirittura a livello mondiale.
Non è un’esagerazione. Basti pensare alle carte relative al Dottor Živago, la cui pubblicazione
Zveteremich raccomandò a Feltrinelli – contro il parere di non pochi altri intellettuali – e che poi tradusse con perizia e con estrema rapidità. Il Fondo contiene infatti le numerose lettere che si scambiarono Zveteremich, i consulenti della Feltrinelli, lo stesso “editore rosso” Giangiacomo Feltrinelli, lo scrittore Boris Pasternak. L’apertura del Fondo permetterà perciò di ricostruire definitivamente la vicenda della pubblicazione del romanzo, grazie ai documenti del “versante italiano” del caso Živago, documenti in larghissima parte assenti dal Dossier de l’affaire Pasternak che l’amante di Pasternak, Ol’ga Ivinskaja, pubblicò presso Gallimard nel 1994.
Tra le carte di Zveteremich c’è l’originale del meraviglioso expertise con cui convinse definitivamente l’editore – che era iscritto al Partito Comunista, ma di cui si diceva anche che avesse il cuore a sinistra e il portafoglio a destra – dell’opportunità di pubblicare il romanzo a dispetto delle pressioni del PCUS, del PCI, di Togliatti, dell’Unione degli Scrittori Sovietici. L’expertise, solo in parte anticipato nel 1987 dal Corriere della Sera a cui Zveteremich aveva aperto l’archivio, può essere considerato una recensione esemplare.
"La vicenda del romanzo – scriveva Zveteremich a Feltrinelli nel giugno del 1956, quando il dattiloscritto era stato appena portato in Italia – si svolge dal principio del secolo alla fine della seconda guerra mondiale: trascorre la Russia attraverso le tre rivoluzioni, la guerra civile e le vicissitudini, il travaglio crudele del riassetto del paese, il suo dramma nel periodo del terrore di Ezov (stalinismo), le sue speranze e il suo affacciarsi a un’epoca nuova nelle ultime pagine di ripensamento sui destini dei personaggi. […]
Nel romanzo colpisce innanzi tutto la presenza della Russia, così come nessuno scrittore sovietico sinora ci aveva data, la coscienza della Russia, della sua natura, della sua anima, della sua essenza morale. In questo il libro fa pensare fortemente ai classici, ne ha la visione ampia e pacata, la serenità e l’oggettività davanti agli accadimenti. […]

Tra le carte, ancora, le lettere con cui Feltrinelli, Zveteremich e Pasternak recitarono una sorta di “commedia” per arrivare a quella pubblicazione che l’autore giudicò fin da principio impossibile in Unione Sovietica. La pantomima mirava a salvaguardare Pasternak senza fermare tuttavia la pubblicazione del romanzo. Venne pertanto concordato che solo le lettere dello scrittore in francese dovessero essere prese in considerazione; le comunicazioni in russo si sarebbero invece dovute scartare, in quanto estorte a Pasternak dalle onnipotenti autorità russe. Per quanto possa sembrare strano, alcune di queste lettere – per esempio quella del 9.9.1957, con cui Feltrinelli rifiuta il telegramma in russo con cui Pasternak lo invitava a sospendere la pubblicazione del romanzo – non compaiono nel Dossier pubblicato in francese da Gallimard. Ciò che, se da un lato aumenta il valore del Fondo Zveteremich, dall’altro dimostra l’inaffidabilità di Ol’ga Ivinskaja,
all’insaputa della quale, non a caso, Pasternak aveva consegnato il dattiloscritto di Živago all’inviato della neonata editrice Feltrinelli, Sergio D’Angelo. E a conferma di ciò, tra le carte del Fondo compare anche la lettera che Zveteremich inviò a Feltrinelli di ritorno dalla Russia nell’ottobre del 1957, un mese prima della pubblicazione del romanzo: “Si è indotto P[asternak] a mandare il noto telegramma e lo si indurrà a mandare altre smentite e lettere. P[asternak] ti raccomanda di non tenerne conto e non vede l’ora che il libro esca. Ciò benché minaccino di affamarlo e già gli abbiano tolto lavori già commissionati”.Grazie a queste preziose carte, integrate con i relativi materiali rinvenuti negli archivi sovietici dopo il crollo dell’URSS, Pietro Zveteremich, con l’ausilio del giornalista Valerio Riva, preparò a sua volta un ampio dossier intitolato Come fu pubblicato il Dottor Živago. Il testo, già pronto per la stampa, non venne mai pubblicato e riposa ora tra le carte del Fondo Zveteremich in attesa che un editore decida di darlo alle stampe. Da notare che la ricostruzione qui fornita corregge in molte parti e in modo decisivo quanto finora si sapeva della pubblicazione del romanzo: rettifica le informazioni fornite al proposito da Ol’ga Ivinskaja nella sua biografia di Pasternak, mostra il ruolo svolto da Togliatti, da suo cognato Paolo Robotti, dallo storico comunista Ambrogio Donini e dall’ex vicesegretario del PCI Pietro Secchia. Chiarisce, inoltre, i dettagli del contratto di pubblicazione tra Pasternak – che, in quanto scrittore sovietico, non poteva intrattenere rapporti ufficiali con editori stranieri – e l’editore “capitalista” Feltrinelli che pure ne aveva acquisito i diritti per tutto il mondo: “P[asternak] – scriveva Zveteremich a Feltrinelli

– ti prega di non far trapelare che tu hai con lui un contratto in base al quale gli assegni una certa cifra. Questo aggraverebbe in modo imprevedibile la sua posizione. La sua salvezza è che si creda che lui non percepisce nulla”. La ricostruzione di Zveteremich e Riva permette inoltre di stabilire la “definitività” del testo su cui venne condotta la traduzione italiana nel 1957: tutti i successivi tentativi di screditare il testo pubblicato da Feltrinelli – prima in italiano e poi in russo – ed avvalorare come editio princeps quella che finalmente venne pubblicata nell’URSS di Gorbacëv nel 1988 vengono smentiti dai due studiosi italiani.
Sullo sfondo, limpida e serena, superiore, emerge la figura di Pasternak, lo scrittore “puro” nello stato del materialismo storico: “Le loro case e i loro abiti sono opulenti, – aveva spiegato all’amante riferendosi agli agi in cui viveva la nomenklatura sovietica che cercava di impedire la pubblicazione del romanzo – ma la loro vita è vana e povera. Bisogna farsi forza, e respingere queste incursioni amichevoli, anche se fossero davvero disinteressate; anche i regali, bisogna respingere”.
Ma le carte contengono anche la traduzione di Živago completamente riveduta da Zveteremich e che la Mondadori non recepì nell’edizione dei Meridiani. Libero l’editore di accettare o meno il lavoro di un grande traduttore come Zveteremich, dal punto di visto scientifico sarà di grande interesse vedere come il “traduttore storico” del romanzo revisionò la versione del 1957 e quella successiva del 1963: “Ora – scriveva il traduttore al termine della sua fatica, nel 1992 – il ritmo narrativo esce chiaro”. Pasternak e Zveteremich: valgono per entrambi le parole del poeta e romanziere russo, che proprio per il Dottor Živago avrebbe ricevuto nel 1958 il Premio Nobel per la letteratura: “Bisogna scrivere cose inaudite, compiere scoperte e vivere momenti straordinari, questa è la vita, tutto il resto è sciocchezza”.
Il traduttore che rinnegò il Pci per Živago
Il traduttore che rinnegò il Pci per Živago
di Giuseppe Ghini
"Libero", 16.4.2008
Si terrà a Messina, presso l’università in cui insegnò per quasi vent’ anni, il primo Convegno
dedicato a Pietro Zveteremich, il cui nome è indissolubilmente legato al caso Živago e alla traduzione italiana del romanzo di Boris Pasternak. Ma è l’intera vicenda di Zveteremich che merita di essere ricostruita, perché esemplifica la situazione intellettuale del nostro paese nel secondo Dopoguerra.
Nato nel 1922 da famiglia triestina trasferitasi a Milano, Zveteremich si appassiona ben presto alla cultura e all’ideologia sovietica: «Avevo fatto la mia scelta politica e ideologica – scriverà poi – e in ciò mettevo una passione esclusiva. Studiai il russo come la via preliminare per diventare comunista». Durante gli anni della Guerra entra in contatto con il mondo antifascista, con Vittorini ed Einaudi, emigra in Svizzera dove redige i giornali del CLN «L’Appello» e «Italia all’armi!».
Dopo la fine della guerra, a poco più di vent’anni, approda alla casa editrice Einaudi, e alle sue riviste di punta, «Società» e «Il Politecnico». Il suo incarico all’Einaudi – come scrive Vittorini – consisteva nel fornire «informazioni continue sull’attività culturale nell’URSS e sul modo in cui nell’URSS si impostano e si risolvono i problemi della ricostruzione.
Bisogna che la Casa Einaudi si faccia conoscere come casa legata al PC, che “Il Politecnico” sia riconosciuto come settimanale di cultura legato al PC». Per il giovane Zveteremich il PCI e l’Einaudi si identificano: «La mia attività – scrive in una lettera del 1945 all’editore – intendo impostarla su due punti fondamentali. Partito e la tua casa. E vedo con grande soddisfazione che questi due campi non solo permettono il lavoro nella medesima direzione, ma si integrano, in modo che uno mi permette di aiutare l’altro».
Erano quelli anni infausti per la cultura italiana, gli anni in cui stava prendendo forma l'egemonia culturale comunista progettata da Gramsci e realizzata da Togliatti. Gli strumenti di quell’egemonia sono case editrici come l’Einaudi e le Edizioni di cultura sociale, riviste come «Il Politecnico», «Società», «Pattuglia», «Il Pioniere» e «Rassegna sovietica», organi di partito come «L’Unità», associazioni culturali come «Italia-URSS». Sotto la guida di Togliatti, il Partito Comunista realizza una grande opera di “recupero” degli intellettuali fascisti, quegli intellettuali che Mirella Serri ha acutamente definito «i redenti»: sono gli intellettuali che, già fascisti sotto il fascismo, divennero comunisti nell'Italia repubblicana. 
Il PCI di quegli anni – l’analogia è di Paolo Mieli – svolgeva «il compito di fonte battesimale. Si autoassegnava l’onere e l’onore di ‘assolvere’, senza quarantene o rieducazioni, solo con la semplice accoglienza nelle sue file, dai peccati commessi nella vita precedente», quella del Ventennio fascista.
Zveteremich non appartiene alla categoria dei «redenti». È un giovane sinceramente innamorato degli ideali del comunismo e, come tanti altri, lavora per una trasformazione della società italiana nella direzione additata dal Partito Comunista Italiano sotto la “guida illuminata” del PCUS e di Stalin. Collabora attivamente con l’Einaudi e le Edizioni di cultura sociale, dal 1948 dirige «Rassegna sovietica», scrive per «Il Politecnico», «Società», «Pattuglia», «Il Pioniere», nonché per «L’Unità», è attivissimo nella associazione «Italia-URSS». È il clima dell’egemonia. «Società», su cui Zveteremich pubblica i suoi più importanti contributi scientifici, è diretta da due intellettuali ex-fascisti “redenti” come Mario Alicata e Carlo Muscetta, ospita pedanti discussioni sulla politica culturale sovietica e su Andrej Ždanov, apre il fascicolo di giugno 1953 con un articolo di Gastone Manacorda intitolato Umanesimo di Stalin. 
I consigli editoriali e i giudizi estetici di Zveteremich rivelano in questo periodo un conformismo intellettuale disarmante e verranno da lui stessi successivamente ripudiati per la “troppo pedissequa aderenza a certi schemi storico-ideologici d’origine sovietica”: consiglia di tradurre una biografia celebrativa di Stalin a firma dello stalinista Henri Barbusse, propone Come fu temprato l’acciaio di Nikolaj Ostrovskij ed Energia di Gladkov, due pilastri della “prosa agiografica” del realismo socialista; scarta invece Isaak Babel’, che annovera tra gli “artefici del bello scrivere che, provenienti dalla scuola borghese, non hanno niente di nuovo da dirci”. Nel 1949, quasi facendo eco alle condanne sovietiche del “formalismo”, Zveteremich definisce l’Età d’argento della letteratura russa – cioè i primi vent’anni del ‘900 – come “il più triste ed obbrobrioso periodo della loro storia”, periodo di “decadenza, stagione della decomposizione dei contenuti e dell’anarchia delle forme”, prodotto inevitabile della fase imperialistica della società russa. Riferendosi poi alle scuole poetiche di quegli anni afferma che “gli acmeisti, gli immaginisti, tutti quegli ‘ismi’ riuscirono soltanto ad essere una variante più o meno originale della degenerazione della poesia borghese”. Definisce Gumilev “un piccolo retore dell’esotismo”, l’Achmatova “limitata poetessa da salotto”, Dostoevskij “l’ideologo di quella parte delle masse socialmente indifferenziate e fluttuanti, che si considera vinta dalla vita, che ripiega su se stessa, che dà ai problemi una soluzione mistica, individualistica, reazionaria”, la geniale rivista della filosofia spiritualista «Vechi» “almanacco dell’agnosticismo reazionario”.
Nel 1956, Zveteremich fa l’incontro che dovette cambiargli la vita, quello con il Dottor Živago.
Così racconta in una lettera del 1991, in cui si avverte tutto il cambiamento che è sopravvenuto nell’uomo e nell’intellettuale. «Già nella tarda primavera del ’56, convocato a Milano dal Feltrinelli per leggere i malloppi maldattiloscritti giunti da Mosca, il mio giudizio dopo 4 ore fu entusiasticamente positivo, mentre non solo il mondo intellettuale comunista dell’epoca (il PCI, il povero Diemoz [funzionario della Feltrinelli] erano ferocemente contro), ma anche l’illustre prof. Ripellino che, poco dopo, poté leggere il libro in Polonia, sconsigliò Einaudi dal pubblicarlo con una delle classiche formule dell’italica ipocrisia (“non è la cosa migliore di Pasternak”). Ero comunista iscritto a quell’epoca, ma nessuno mi poteva impedire di dire che “non pubblicare un libro simile era un delitto contro la cultura”. [Ne parlo] affinché sia chiaro quanto quel libro sia dentro di me in quanto mi affascinò fin dalla prima rapida lettura (e, devo dire, mi fece cambiare il corso dei pensieri in letteratura come in politica dopo anni di lezioni di feroce stupidità sovietica)». Il lavoro intorno a Živago dette origine alla grande conversione intellettuale di Zveteremich. Nella stessa lettera il traduttore ricorda come la «vicenda [del Dottor Živago ] non fu secondaria per la mia uscita non molto dopo dal Pci dopo tanti anni di immersione nella fogna letteraria sovietica e nel provincialismo italiano».
In seguito ad essa, Zveteremich riconoscerà Babel’ come “uno dei più interessanti scrittori europei fra le due guerre”, e ne tradurrà I racconti di Odessa. Ridimensionerà i pregi di Energia di Gladkov affermando che possiede “una grezza autenticità che gli viene dal fatto di partire dalla fabbrica e dall’operaio”. Riconoscerà il valore della “Età d’argento della letteratura russa [la cui] grande novità rispetto al passato fu l’elaborazione simbiotica d’un linguaggio nuovo da parte di scrittori, poeti, musicisti, pittori e critici”. E, tra gli artisti di questa Età che “superarono il tempo e l’immane tragedia della Russia”, Zveteremich comprenderà, per il suo “precoce magistero stilistico”, Anna Achmatova, come pure Gumilev.
L’abbandono dell’ideologia sovietica e del PCI, a partire da Živago e dall’invasione dell’Ungheria, conferisce a Zveteremich una nuova personalità intellettuale. 
Se l’Unione Sovietica a partire dagli anni Sessanta gli nega il visto, egli allarga invece i propri interessi di studioso e traduttore alla cultura del dissenso (traduce Solženicyn, Grossman, le Canzoni russe di protesta), si apre al filone fantastico, grottesco e assurdo della letteratura russa, dedica una straordinaria ricerca a Parvus, colui che finanziò il ritorno in Russia di Lenin. Entra poi a suo modo nelle fila della letteratura del dissenso, pubblicando una satira della realtà russa, Le notti di Mosca, dapprima sotto pseudonimo, poi venendo allo scoperto nel 1986. Le sue ultime energie – muore nel 1992 – Zveteremich le profonde in una completa revisione della traduzione di Živago, mai pubblicata dalla Mondadori, e nella ricostruzione dell’affaire Živago completa dei materiali rivenuti negli archivi sovietici dopo il crollo dell’URSS. Neanche questa sua ultima opera è stata pubblicata. L’egemonia, divenuto conformismo intellettuale, fa ancora valere i suoi diritti.



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